(english version follows)
La lettura della città è sempre un utile esercizio civile. Nella filologia delle istituzioni europee città è omologo di civiltà. Dobbiamo questo alla cultura latina, molto precisa nel fissare i termini dei rapporti tra l’apparato statale (astratto ma efficacie) e la morfologia del territorio. Per i latini spazio, tempo e rappresentazione costituivano le basi per una gestione controllata del proprio impero. Non sembra esserci traccia di questo nelle altre culture europee se non in epoca più recente (town per la cultura anglofona e ville per quella francofona indicherebbero una certa indifferenza linguistica nel passaggio di scala tra il piccolo insediamento e la città, mentre la stadt germanica sembra essere più affine all’idea latina del rapporto intrinseco tra l’apparato statale e le sue rappresentanze municipali).
Se l’invenzione dello stato nazionale è francese, dobbiamo (infatti) alla civiltà tedesca il fondamento idealtipico di una sostanziale biunivocità tra uno stato (federale) e le sue ‘terminazioni’ territoriali (le città). Tuttavia questa impostazione non sembra aver metabolizzato (e superato) il paradigma feudale e il rapporto fiduciale tra gli amministratori (e cittadini) locali e i loro rappresentanti politici. Tutto il sistema statale nord europeo si fonda sulla fiducia come valore imprescindibile, e ogni livello gerarchico viene valutato (e giudicato) sulla capacità di dare e ricevere fiducia.
La cultura statale latina ha di contro introdotto (naturalmente prima del paradigma feudale) il potente strumento della rappresentazione (anche nella lingua) con una doppia funzione: da un lato essa unifica (sotto l’egida della civilizzazione, contrapposta alla barbarie) e dall’altro fonda e giustifica la distanza e la separazione. Come ho ricordato altrove la prima forma di rappresentazione che operava in questi termini era l’imago (da cui immagine), ovvero il calco di cera del volto dei magistrati defunti, la cui funzione era di rendere presente qualcosa che non poteva più esserlo, sottolineando al contempo che (proprio per questa impossibilità) il rappresentato era fondamentalmente irraggiungibile.
La rappresentazione (figurativa, linguistica e politica, nella sua accezione di rappresentanza) liberò la cultura e la civiltà dall’obbligo fiduciario della presenza continuativa, ma la consegnò al contempo ad una commistione con paradigmi analoghi, soprattutto di matrice fideistica e non laici. E più la rappresentazione diveniva potente più la verità fiduciale veniva spodestata da una propaganda fideistica.
Questa differenza di paradigmi si può percepire anche nelle principali densità significative della città, ovvero quelle parti di città a cui la tradizione, la cultura e la storia hanno dato il valore simbolico di monumenti.
Per la civiltà latina (ma anche per quella francofona e anglofona) il monumento implica uno strappo nella continuità spazio-temporale, ma anche nel rapporto tra uomo e natura. Infatti la sua derivazione da moneo (che in latino significa mostrare ma anche ammonire) allude ad una sostanziale frattura che va mantenuta tale al fine di dar corpo e sostanza ad una memoria, con la massima finalità di mutarla in memoria futura. Il monumento, dunque, è come una cicatrice, un segno particolare che dà identità alla città, e che al contempo crea e mantiene discontinuità all’interno del tessuto urbano. Da moneo deriva anche un altro termine latino: monstrum, da intendersi come l’epifania imprevedibile della potenza della Natura. Dunque il monumento, per un azzardo transitivo, mostrerebbe analogamente la forza imprevedibile dell’agire umano, qualcosa da cui saremmo spaventati se il monumento, essendo rappresentazione, non ci garantisse al contempo quella distanza che ci permette di pensare al rappresentato senza timore.
Questo paradigma della civiltà latina ha corroborato letture dell’urbanità che col tempo sono diventate amnesiche, ovvero legate ad una prassi consolidata che impedisce (proprio grazie alla distanza) di esser parte dell’urbanità con un ruolo attivo di cittadini. Il monumento è scivolato sempre più a fondo nell’illimitato mare della rappresentazione, e il suo dato materiale e sostanziale (la sua presenza fisica) pur garantendo la sua sopravvivenza non è condizione sufficiente a rinverdire la sua importanza civile.
A questo punto dovremmo rispondere ad almeno due interrogativi: tra città e civiltà esiste ancora una dualità forte come un tempo? E se questa dualità fosse asimmetrica, quale delle due (città/civiltà) sarebbe prevalente?
Naturalmente questi interrogativi sono propri di specifiche categorie umane (studiosi, filosofi, antropologi, progettisti, ecc..), ma emergono ormai come interrogativi diffusi (si veda il nostro vecchio post su la città come interfaccia). E sembra che la scelta sia sempre più sbilanciata a favore della civiltà, poiché il suo ambito territoriale sta sublimando in modo transnazionale e la nuova dualità (debole, per ora) emergente è civiltà/network. Il rapporto tra esse è ancora confuso, condividono alcune strutture e in esse la rappresentazione e la relazione continuativa (informativa) sembrano aver tradotto l’identità al di fuori della presenza e della corporeità. Inoltre, mutuando letture matematiche e non antropologiche del territorio (il quale diviene campo astratto di azione di forze e non più spazio fisico dotato di caratteristiche geofisiche), l’interazione assume il ruolo di stampella concettuale alla (più vecchia) rappresentazione, fornendole un complemento in grado di completare un generale paradigma astratto, sempre più distaccato dalla realtà fisica. Fate attenzione: non sto giudicando la nuova dualità civiltà/network, sto solo sottolineando il fatto che essa sta abbandonando gli specifici strumenti di azione sul territorio fisico, e quindi per me (architetto e designer) costituisce un deficit da affrontare.
Ho fatto riferimento alla realtà per una pura questione filologica. Infatti la parola reale deriva dal greco krainein (da cui deriva anche la parola cranio), ovvero il movimento che la nostra testa fa quando intendiamo assentire. Il krainein era (per i greci classici) proprio della divinità che esaudiva una preghiera. Dalla stessa radice deriva tuttavia un’altra parola: creatività. Ed ecco un altro azzardo transitivo: la realtà si crea con un atto. Talmente ovvio! Ma se linkiamo questa affermazione con quel deficit progettuale del paradigma civiltà/network arriviamo a considerare alcuni fenomeni emergenti in modo più strutturato, dando loro una dignità concettuale che era (forse) ancora nascosta.
Le parole chiave sono creatività e azione, l’ambito è la città e il suo lento ma continuo abbandono da parte della civiltà. Ed ecco l’emergere di un rinnovato atteggiamento progettuale: la ri-creazione, ovvero reinterpretare la città in modo ludico (e corporeo). Ma attenzione ai fraintendimenti: ogni gioco ha le sue regole, dipende dalle azioni di tutti i giocatori, ha uno scopo ben preciso. Si tratta di operare paradigmaticamente la mossa del cavallo, ovvero uscire da una lettura universalistica (ma falsata da un principio fideistico) della città per adottare prassi specifiche sui suoi luoghi e tempi reali.
La ri-creazione (finalmente) non costituisce più un semplice filler tra le funzioni che la Carta di Atene (1932) individuava per la città (lavoro e riposo), ma sta divenendo, al contempo, lavoro e riposo. In fin dei conti se la network society fosse esplicitamente caratterizzata dalla filosofia hacker e maker allora sarebbe uno straordinario superamento delle empasse descritte in precedenza. Purtroppo, come accadde a ideologie ben più forti, non possiamo sperare in una autoregolamentazione del paradigma. Il contributo di tutti è determinante. Quindi cominciamo a giocare.
(english version)
Now we must answer two questions: are cityand civilization a still strong duality? And if this duality is asymmetric which (among city and civilization) would be the prevalent?
I think the answer is: civilization. It is sublimating in a trans-national way, to the point that the brand new duality (still weak but raising) is civilization/network. They are still linked in a vaporous way, but some questions are coming up (for example: is city an interface?). The fact is that this connection steals something from civilization, its social power, just to transfer it to the networking of information. But if we don’t improve our civil participation we will soon face the perfect (and deadly) equilibrium: no innovations, one single identity. This situation shows a deficit in its functioning: the networking is perfect to spread values or innovations (or ideas), but it’s not able to directly produce them.







