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Attualmente la società liquida descritta da Baumann è un dato di fatto. Le strutture sociali, produttive e logiche del fordismo e del post-fordismo si sono liquefatte in un generico nomadismo del Capitale: i soldi viaggiano istantaneamente da una nazione all’altra e gli stati sono costretti ad adottare strategie dedicate ad accogliere questi nuovi nomadi economici. Di contro la società subisce un generale sgretolamento di valori e tutele in cambio della sola opportunità di accedere ad un’economia (globalizzata) di sussistenza. Questa è per sommi capi l’analisi sociologica di Baumann, che tuttavia nasconde un barlume di ottimismo quando interpreta il ruolo della società come un tessuto connettivo in grado di creare un plusvalore di ‘energia sociale’ e di ridistribuirlo ai soggetti. Se la società manca in questo allora, secondo Baumann, si genera l’individualismo.
Sul fondo di questa visione sociologica liquida si potrebbe sovrapporre il paradigma dell’accesso di Jeremy Rifkin, secondo il quale la nuova economia (purtroppo lo descriveva profeticamente nel 2000) non è quella dei prodotti ma quella delle idee. Il controllo e la distribuzione delle idee sarà (è) lo strumento più potente di controllo sul pianeta.
Forse Baumann e Rifkin descrivono un punto cardine di ricchezza  della nostra civiltà attuale: l’energia delle idee. E questa energia ha una peculiarità: essa si rafforza in modo esponenziale rispetto ai rimbalzi e alle condivisioni in rete. Per questo motivo i soggetti si sottraggono alla tutela del copyright in nome di una licenza Creative Commons sui risultati dell’idea. La recentissima storia del controller Arduino di Massimo Banzi sta dimostrando come l’open source sia in grado di moltiplicare la creatività grazie alle interazioni con gli utenti/sviluppatori. In questo senso il soggetto/consumatore non si distingue dal soggetto/produttore: il soggetto metabolizza la funzione dell’oggetto e propone nuove funzioni ad un oggetto versatile. Questa è la premessa logica di un sensitive design che ha la propria forza nella disponibilità del sistema a recepire (e rielaborare) i contributi di utenti/maker.
Le chiavi di lettura di questa condizione sociale, economica e culturale possono essere molteplici, ma a noi interessa sottolineare come questo nuovo paradigma debba essere considerato almeno sotto tre aspetti:
– rilettura del progetto come sostegno e contributo al reale
– rilettura del rapporto tra soggetti e oggetti nel sensitive design contemporaneo
– rilettura della funzione della scala di grandezza come interfaccia tra il progetto e il reale

Nel sensitive design dovremmo porci una domanda fondamentale: qual è il fine ultimo del progetto? Ovviamente non mi riferisco ad un progetto specifico ma al concetto procedurale del Progetto, dunque TUTTI i progetti. Esistono infatti progetti su ogni campo dello scibile umano, e tutti hanno la medesima struttura logica, algoritmi interni più o meno analoghi. Ma la variabile determinante è la finalità, ovvero cosa si propone di raggiungere ciascun progetto. Se il contributo progettuale è indiscriminato (un po’ come i commenti e gli upload sui principali social network) e mirato solo ad attirare attenzione allora esso sarà depotenziato a semplice chiacchiera. Comprendere che mai come ora la molecolarizzazione della progettualità (che alcuni definiscono blandamente cretività) risulta essere una potente massa critica sul pianeta è determinante per costruire ipotesi di mondi futuri.
E’ pur vero che tentare di uniformare le differenti finalità sotto un’unica bandiera potrebbe risultare forzoso: il progetto di architettura è caratterizzato da un buon mix di risultati di alcune variabili fondamentali (dimensioni, costo, estetica, risposta al programma funzionale, ottimizzazione degli spazi, rapporto con la luce naturale ed artificiale, efficienza, per dirne alcune), il design invece è caratterizzato da un rapporto più stretto con l’industrializzazione e il marketing capillare, il progetto urbano mira alla massimizzazione dell’efficienza del pubblico investimento, ipotizzando benefici futuri spesso non monetizzabili.
Le differenti tipologie progettuali sembrano diverse, ma tale diversità dipende forse solamente dalle differenze di scala che le contraddistinguono. In altri termini ci troveremmo di fronte ad un’unica tipologia progettuale articolata, però, rispetto alla scala di intervento. Cito il vecchio D’Arcy Thompson: ‘(…) abbiamo visto (…) come la ‘scala di grandezza’ abbia un affetto importantissimo sui fenomeni fisici e come l’aumento o la diminuzione di grandezza possano portare a un completo cambiamento dell’equilibrio statico o dinamico. (…) La vita ha dei limiti di grandezza invero molto stretti comparati a quelli del mondo fisico; ma sono abbastanza ampi da comprendere le varie condizioni per cui un uomo, un insetto o un batterio hanno i loro stati specifici e agiscono secondo regole specifiche. L’uomo è governato dalla gravitazione e giace coi piedi sulla madre terra; un insetto acquatico trova nella superficie dell’acqua materia di vita e di morte, una pericolosa pastoia o un indispensabile supporto. In un terzo mondo, in quello dove vive un batterio, la gravitazione è dimenticata, e la viscosità del liquido (…) il bombardamento molecolare del moto browniano (…) creano l’ambiente fisico e hanno influenza immediata sull’organismo. I fattori predominanti non sono più quelli che intervengono alla nostra scala di grandezze; (…)‘ (Crescita e Forma, 1917)
Per quanto riguarda l’architettura possiamo rintracciare un lungo indebolimento del rapporto tra scala e tipologia, partito con le avanguardie costruttiviste russe e il gigantismo della tecnica (già anticipato dalle Esposizioni Internazionali del XIX secolo), transitato per l’anti-tipologia degli anni ’60, maturato concettualmente nel Decostruttivismo, esploso formalmente nella Postmodernità e definitivamente sublimato nei formalismi algoritmici della Transarchitettura e del Parametricismo.
Certamente si potrebbe obiettare che essendo l’architettura (e la città con essa) il massimo dell’artificio, non ha molto senso applicare ad essa le considerazioni di D’Arcy, che invece riguarderebbero un ecosistema biologicamente compatto, naturale, e nel quale il principio di causalità e necessità determinano  la forma. Per l’artificio la forma è la finalità, per la natura la forma è una conseguenza. Questo è il paradigma che solitamente ha inteso separare i soggetti dagli oggetti (intesi come i prodotti sia dell’artificio che della natura). Il bello, in questo paradigma, è emozionale, ed appartiene esclusivamente al soggetto nel suo porsi di fronte al mondo. Il rapporto tra soggetto e oggetto delinea in modo univoco il mondo, lo spazio e il tempo.

Diagramma della definizione del reale secondo il Barocco.

Il Barocco ha mostrato come il rapporto con l’infinito è possibile solo attraverso un’autonomia del soggetto e dell’oggetto. Entrambi hanno una radice profonda inattaccabile, monadica, che li preserva dal vorticoso flusso degli infiniti possibili. Ed è nel loro rapporto duale che garantiscono al mondo una stabilità. Per la prima volta il soggetto e l’oggetto non sono legati da un semplice principio funzionale o strumentale, ma si comportano come reciproci garanti dell’esistenza dell’altro: il soggetto garantisce per l’oggetto e viceversa. Per la prima volta anche l’oggetto raggiunge una propria autonomia, un’indipendenza concettuale che lo svincola dal rapporto strumentale col soggetto. E’ nel Barocco che ritroviamo le radici del design, non ancora industrializzato, ma certamente degno di poter accogliere anche il bello (e l’artigiano comincia ad avvicinarsi all’artista).
Con l’avvento del fordismo e del modernismo questo fragile equilibrio tra reciproche autonomie si sgretola. Il paradigma della produzione ridiventa circolare. Ci troviamo di fronte ad una chiusura funzionalista rispetto alle potenzialità dell’infinito. Deleuze interpreta così questo paradigma produttivo:



Ma cosa accade nel momento in cui si ipotizza che i soggetti e gli oggetti siano elementi paritetici, dotati di analoghe potenzialità di azione sul mondo? Cosa accade quando il paradigma produttivo (dell’artificio) e riproduttivo (della natura) si fondono grazie ad uno shifting che rielabora dei ruoli ibridi del tipo soggetto-oggetto e oggetto-soggetto?

Il paradigma dello shifting

Quando oggetto e soggetto tornano ad essere autonomi (e in alcuni versi autoreferenziali) lo scostamento (shifting) che avviene tra essi (ma anche nei propri ruoli corpuscolari nella molecolarizzazione dei sistemi di produzione) apre al molteplice. Emergono così, potentissime, le pulsioni dell’immaginario.
Non mi riferisco ad una questione puramente filosofica. L’emergere del fenomeno dei makers è solo l’ennesima evidenza di una cultura (la nostra) in cui il progetto (e le sue applicazioni) si è così molecolarizzato da pervadere lo spazio vuoto tra soggetti e oggetti.

Le conseguenze culturali della vibrazione funzionale

Quando il rapporto funzionale tra soggetti e oggetti salta a livello paradigmatico, tale vibrazione coinvolge la percezione stessa del mondo. L’invisibile (e il virtuale) prende il sopravvento sul visibile, le narrazioni si moltiplicano, la realtà non può più essere considerata come un postulato.
E qui arriviamo, finalmente, a definire qual è, per noi, la finalità di ogni progetto: contribuire alla realtà. Poiché, mai come ora, essa ha bisogno non solo di un sostegno d’esistenza ma anche di stampelle paradigmatiche. Come ho detto in altri post Rem Koolhaas lo ha capito perfettamente nel momento in cui trasforma ogni progetto in paradigma, salvo poi chiamarlo sarcasticamente brevetto.
I miei diagrammi sono dell’aprile 2006, e nel 2005 Bruce Sterling scrisse Shaping Things (pubblicato un anno dopo in Italia). Le riflessioni di Sterling (che anticipano le mie) sono illuminanti: ‘una società sincronica genera miliardi e miliardi di traiettorie catalogabili, indagabili, tracciabili: schemi di progettazione, produzione, distribuzione e riciclaggio che sono conservati in forma estremamente dettagliata, Sono le microstorie delle persone in relazione agli oggetti (…). Riuscire a sfruttare questo potenziale è una opportunità fondamentale e una sfida per il design di domani. E’ qualcosa che non è mai stato fatto prima, un luogo dove i modellatori degli oggetti di domani hanno l’occasione di sviluppare possibilità che nessuna delle generazioni precedenti aveva a disposizione (…). Non saranno gli storici a farlo. Saranno i designer, (…) Abbiamo tutti i motivi di ritenere (…) che queste risorse continueranno ad esistere. Inoltre, dato che renderanno possibili nuovi modelli di comportamento e nuove relazioni tra gli esseri umani, ambiente  e relativi oggetti, tali risorse hanno un grande valore (…)‘. (p. 45-46 ed. italiana).
La ricchezza a cui si riferisce Sterling è basata sulla rottura definitiva della separazione tra oggetti e soggetti, grazie alla quale le connessioni tra essi non saranno più solamente funzionali, ma anche simbiotiche, simboliche, ludiche, reticolari.

Esplosione delle traiettorie.

Tuttavia, in mezzo a questa esplosione di traiettorie, il rischio è di non avere più un’interfaccia adeguata che tuteli un minimo di distanza critica, di micro-sospensione mentale che deve precedere ogni progetto. Il rischio è che questo motore iperproduttivo si bruci, non trovando applicazione alla realtà e rimanendo sospeso nella virtualità.
E’ sulla scorta di questo piccolo viaggio nella vertigine della simultaneità che sostengo come la scala dimensionale deve continuare ad essere interfaccia tra l’iperproduzione e il mondo reale. Se la progettazione sensibile richiede un aumento di interattività tra il progetto e la realtà, non va dimenticato che la scala di ogni progetto configura (non forma) il progetto stesso. Nella scala ogni progettista riassume le letture temporali della realtà (passato, presente, futuro). Questa consapevolezza precede ogni tipo di misura, non è infatti una questione metrica ma logica, poiché la scala dimensionale permette ad ogni progetto di articolarsi nello spazio e nel tempo.
Sottolineo la questione della scala del progetto per riconfigurare la creatività diffusa al pianeta, quello reale. E’ indubbio che questo sforzo produrrà nuovi sub-paradigmi in grado di incanalare le forze progettuali in direzioni locali (territoriali) e forse globali. E si capirà, come sottolinea lo stesso Sterling, che la progettazione sostenibile non può mirare ad una configurazione territoriale stabile (come ipotizzato per Poundbury) ma ad un sistema tecnologico e sociologico in grado di gestire la molteplicità dei cambiamenti senza subirli.