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La nomina di Rem Koolhaas al ruolo di direttore della Biennale 2014 era nell’aria, ma la conferma ufficiale della notizia promette già un’esposizione di notevole interesse e rilievo culturale.
Noi giovani architetti (laureati nella sessione del ’99) abbiamo generalmente un’ottima considerazione di Koolhaas indipendentemente dal risultato estetico dei suoi progetti. Le ragioni (o, meglio, le mie ragioni) sono così riassumibili:

1- Koolhaas è l’unico architetto che abbia accettato una sfida culturale immane: dopo la straordinaria stagione dei Maestri del Novecento (Wright, Le Corbusier, Mies van der Rohe i principali) l’architettura aveva perduto la sua voce critica interna. Koolhaas scrive e progetta architettura, unendo teoria e prassi. Questa sua duplice passione lo ha portato a sdoppiare il suo studio (OMA – Office for Metropolitan Architecture) creando la sua controparte di ricerca architettonica (AMO). Non per nulla l’acronimo è speculare. Molti architetti hanno rinunciato alla scrittura e alla saggistica, o vi si sono dedicati ‘abbandonando’ il progetto (come Virilio), Koolhaas invece, partito da una formazione giornalistica, è giunto all’architettura mentre scriveva il suo Delirious New York (pubblicato nel 1978).

2- Koolhaas si è formato come architetto direttamente sul campo. Delirious NY è stato scritto al di fuori delle accademie, ed è un testo anomalo per la cultura del periodo: ironico, denigratorio, irriverente, profondo, universale, non ideologico.

3- Koolhaas non proviene da una scuola architettonica ma da una delle realtà più dinamiche dell’insegnamento della disciplina a livello europeo, ovvero l’Architectural Association di Londra (da cui proviene anche Zaha Hadid). Il suo relatore di tesi (E. Zenghelis) è così colpito dalle idee di Koolhaas da essere uno dei soci fondatori (nel 1975) di OMA.

4- Elabora la sua tesi di laurea in 15 giorni, usando il fotomontaggio, e viene esposta alla Triennale di Milano (Exodus, o i prigionieri volontari dell’architettura).

5- Attraversa tutta la Postmodernità, partecipandovi come attore protagonista e coltissimo. Nei suoi progetti degli anni ’80 non compaiono citazioni formaliste e storiciste. Al contrario il linguaggio architettonico viene prima ridotto all’estremo, poi viene rielaborato in chiave non-formalista: ogni progetto è l’occasione per proporre nuove soluzioni distributive o tipologiche, non per cercare un linguaggio-griffe. Koolhaas è in questo un raffinatissimo lettore delle esperienze e dell’insegnamento di Mies van der Rohe e del suo less is more, a cui aggiunge il proprio aforisma post-modern no money, no detail.

6- Koolhaas è probabilmente il primo a proporre (tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90) soluzioni estetiche e costruttive appartenenti a quello che venne definito cheap-scape, ovvero l’impiego di materiali altamente industrializzati ed economici per la formalizzazione di una nuova estetica architettonica. La sua villa Dall’Ava (1991) a Parigi ne è esempio. Altra grande sfida culturale: unire l’estetica-percettiva alle questioni esecutive, nel periodo in cui la cultura architettonica prediligeva il disegno e la rappresentazione alla scelta dei materiali.

7- Koolhaas è stato probabilmente il primo architetto europeo a spingersi a est dell’India, all’inizio degli anni ’90 (si veda il suo progetto per Fukoka in Giappone) e ad intuire il potenziale di frontiera del far-east.

8- Koolhaas è un architetto culturalmente attivissimo: dopo il suo Delirious pubblica S, M, L, XL (1995), una raccolta visiva e visionaria (con in contributo del graphic designer Bruce Mau) sulla cultura architettonica degli anni 90 attraverso le opere di OMA; nel 2004 pubblica Content, in un formato rivista mai utilizzato dalle edizioni d’architettura; recentemente ha pubblicato Project Japan (2010) dedicato alle opere Metaboliste giapponesi. Letto a posteriori il progetto editoriale risulta incredibilmente completo: Delirious mostra come la lettura della metropoli debba essere diverso da quello della città, poiché nella metropoli emerge un layer incontrollabile, analogo all’es freudiano, che somma e amplifica desideri e immaginario collettivo; S, M, L, XL (che contiene il noto saggio Bigness) dimostra come il linguaggio architettonico non possa essere unitario nel momento in cui si propone di dialogare con la metropoli: la sola classificazione possibile è dunque in base alla scala progettuale – le architetture di OMA non hanno una matrice estetica che le accomuni, esse sono sempre delle singolarità che tentano di fornire una risposta universale ad un problema locale e puntuale; Content mostra la completa dispersione molecolare dell’architettura in un universo simbolico interconnesso (dove la Rete ha definitivamente metabolizzato la globalizzazione, traducendola nella creatività diffusa dei social network); l’architettura non è più districabile dalla moda, dalla pubblicità, dall’arte, dal cinema, ma anche dal definitivo junk-space in cui si è tradotto il mondo.

9- Koolhaas progetta opere volutamente brutte, perché semplicemente non intendono rincorrere la seduzione accomodante della forma. Non ha mai fatto uso di parametricismo o di curvature tridimensionali. Per questa ragione (che deriva pure da un estremo narcisismo) esse sono pure evidenti, comprensibili, schiette.

10- Koolhaas è un pilastro della cultura architettonica mondiale, e lui lo sa perfettamente, da sempre.