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Il termine resilienza include un cosmo di riflessioni transdisciplinari, ma nel senso comune rappresenta una sorta di utopia paradigmatica per l’urbanistica e (soprattutto) per l’architettura. La resilienza è la controparte ideale dell’iperstaticità di strutture e infrastrutture, raccoglie, in summa sintesi, l’aspirazione alla flessibilità sistemica, includendo la capacità intrinseca e immediata all’equilibrio omeostatico a seguito di azioni esterne. Un materiale è resiliente, un sistema astratto può esserlo, ma un’architettura e una città come possono diventarlo?
La resilienza urbana dimostra sottilmente un fatto meta-paradigmatico: le parole e le etichette si sono rese fluide, ma anche appiccicose. Ci si è progressivamente disinteressati del carattere peculiare che esse portano con loro, e si commettono sempre più errori di genere, rimescolando realtà e parole, affidando alla rappresentazione dei link il compito di supportare la logicità delle connessioni.
Nel Postmoderno questo si chiamava comunemente contaminazione, derivando dall’ibridazione. Ma entrambe queste logiche sperimentali tenevan conto del fatto che i miscugli corrispondevano solo a ipotesi di lavoro, a cui faceva da substrato la realtà stessa. La modellizzazione dunque procedeva (anche per la ricerca artistica) in modo assolutamente popperiano, in una straordinaria sovrapposizione tra i modelli scientifici e poetici (il corpo disciplinare sulla complessità prodotto dall’Istituto di Santa Fe è stato forse il più grande risultato di questa confluenza).
La resilienza, per estensione, ha permesso di accogliere istanze di ricerca provenienti da molte discipline (psicologia, informatica, ecc…), ma sembra essere stata relegata in una posizione esterna alle dinamiche agenti sul territorio e sulla città.  In questo senso essa si pone come utopia paradigmatica: oggi la pianificazione procede (parlo del caso italiano, che recepisce normativamente direttive europee) verso una generale orizzontalizzazione dei processi (condividendo le scelte con i cittadini e affinando strumenti per ampliare lo stuolo degli stakeholders, non limitando la partecipazione ai rappresentanti della rendita fondiaria pura), tuttavia la complessità derivante da questo inizio di resilienza urbana (almeno a livello di pianificazione) è preoccupante.
Infatti, come insegna la meccanica, una struttura in cui i gradi di libertà superano i vincoli si definisce labile, non certo resiliente. Solo se il sistema fosse unitario e non composto di elementi allora la sua progettazione/pianificazione risulterebbe intrinsecamente olistica. Purtroppo architetture e città sono inequivocabilmente composti da elementi, separabili chirurgicamente. Dunque l’aspirazione all’unità è applicabile solo come paradigma di lettura/progetto: possiamo dunque sforzarci di leggere e progettare architetture e città come fossero sistemi compatti e unitari, ma spesso si tratta di una forzatura eccessiva, una finzione.

LC, Plan Obus, Algeri 1931

ZHA, parametric urbanism per il Thames Gateway

Ecco allora che ci ridurremo a ricorrere a forme parametriche per garantire la compattezza estetica di edifici e parti di città, al più spingendo l’architettura al gigantismo per divenire essa stessa parte consistente della città (un vecchio adagio che deriva dal Plan Obus di Le Corbusier, disegnato per Algeri nel 1931). Ma ciò significherà irrigidire al contempo una porzione consistente del territorio. Oppure adotteremo strategie di dispersione (come i suburbia di matrice wrightiana), ma allora l’unità si sfrangerà a favore del prevalere delle infrastrutture, il vero oggetto progettuale dei nostri giorni.
Sia chiaro che la mia perplessità si rivolge all’aver affidato alla sola forma la soluzione di un tema che è paradigmatico prima ancora che parametrico. L’approccio parametrico non-formale delle pattern-form (che si basano sull’individuazione delle variabili strutturali, quali densità, grana, connettività e performance ambientali) mi sembra più sistematicamente mirato ad una teoria unificante che tenga conto anche (e soprattutto) dell’interdisciplinarità del tema.
Ancora ci si dimentica dell’unico aspetto in grado di accogliere le istanze della resilienza, ovvero il non-costruito. In esso (che inframmezza sia l’urbanità che l’architettura) trovano dimora subculture troppo spesso ignorate, nonostante l’estensione raggiunta, quali (a titolo esemplificativo):
– DIY urbanism
– terzo settore
– aggregazioni civili (di cittadini)
– hacker spaces
– attività ludico/ricreative/rituali
– commercio a Km Zero
– manifestazioni di glocalizzazione (Mercato Equo e Solidale, Terra Madre, Slowfood)

In altri termini ci sembra che l’unica alternativa di applicazione della resilienza all’urbanesimo contemporaneo (opposta al gigantismo e al fuori-scala) stia nel compattare e dar corpo alle istanze sub-culturali emergenti. In parole più semplici: i cives/cittadini sono la vera chiave della resilienza, e il non-progetto della loro interazione non implica necessariamente l’assenza di un progetto.
Ecco che allora si riuscirà a dar rappresentazione adeguata alla matrice organica del territorio, non solo in chiave di impronta ecologica ma anche di grado di interazione del layer antropologico che su di essa agisce.