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Il progetto pubblicato a firma dello studio Kuehn-Malvezzi per Alexander Platz (a Berlino) di una ‘chiesa multireligiosa’ per ebrei, cristiani, musulmani e non credenti è l’occasione di affrontare un nodo cruciale per la cultura architettonica a venire. Parliamo ancora della condizione attuale, sospesa tra la simultaneità e l’istantaneità, per le quali il rapporto tra noi e l’architettura sta subendo un transito non ancora del tutto definibile, pieno di fraintendimenti e trappole, ma che vale la pena di affrontare come esploratori culturali, poiché l’architettura rimane la principale rappresentazione materica del nostro modo di pensare e interpretare il mondo.
Riporto un breve estratto dal quotidiano La Repubblica (cartacea) del 24 dicembre 2012:
“(…) La nuova chiesa non sarà un rifacimento dell’edificio neogotico che alla fine dell’800 sbalordiva i visitatori con il campanile alto 96 metri. (…) Gli architetti dello studio Kuehn-Malvezzi costruiranno un semplice cubo, alto 44 metri e rivestito di mattoni color senape tipici del Brandeburgo. All’interno non ci saranno simboli religiosi. Ogni comunità potrà celebrare a turno i propri riti in tre settori separati.”

Studio Kuehn-Malvezzi, chiesa multireligiosa a Berlino.

Il progetto risulta giustamente anonimo, in sintonia da quanto imposto dalle liturgie religiose, che impongono la prevalenza dei propri simboli (linguistici e gestuali) su quelli architettonici. La lezione di Guardini e Schwarz sul rapporto tra edificio religioso e liturgia (espresso in Costruire la chiesa – il senso liturgico nell’architettura sacra) e sul ridare dignità al corpo attraverso un’azione liturgica che configura lo spazio, elidendolo al contempo, viene bene seguita dai progettisti. In un passo di Costruire la chiesa Schwarz scrive che “(…)È possibile che un giorno le nostre chiese sorgano interamente dall’azione sacra. Al principio non vi sarebbe alcuno spazio e alla fine non ne resterebbe alcuno: esso sorgerebbe e tramonterebbe al tempo stesso col procedere dell’azione che, se sacra, è in verità un avanzare spaziale, la cui processio è legata e una sede fissa e, da questa sede, l’altare potrebbe dispiegarsi come una processio di peregrinazione nello spazio. Ciò che nei più antichi edifici di culto era conseguito col trapasso da uno spazio a un altro, qui sarebbe eseguito mediante la trasformazione dello spazio che scaturisce dall’interno… Sarebbe solo un ultimo passo, quello di rinunciare interamente a uno spazio edilizio fissato, prendere l’edificio ormai solo come mezzo, per rappresentare scenicamente lo spazio in una libera creazione. Allora la liturgia sarebbe un «duomo» non solo per la sua struttura segreta, ma l’intero sarebbe anche edificato visibilmente ogni giorno. (pag. 217)

Studio Kuehn-Malvezzi, chiesa multireligiosa a Berlino. Veduta dell’ingresso.
Studio Kuehn-Malvezzi, chiesa multireligiosa a Berlino. Veduta di un interno.

Trattandosi di una ‘chiesa multireligiosa’ e al contempo aperta al pubblico (dunque un ibrido architettonico, poiché un edificio religioso non è sempre un edificio pubblico), l’elisione degli aspetti simbolici dal carattere tipologico dell’edificio (dunque nel disegno e distribuzione degli spazi in pianta, non nella sua decorazione) ha innescato una faticosa fuga compositiva dal primo simbolo-archetipo dell’architettura pubblica, ovvero la SIMMETRIA. Parlo di fuga, poiché essa (la simmetria) non viene mai completamente negata, al più diviene a-simmetria (penso ad una fuga in termini quasi musicali, in cui la composizione passa attraverso operazioni di trasformazione anche speculare di più di un tema-base; dunque un’operazione logico-matematica che mira a sublimare la melodia per lasciar trasparire l’atto del comporre più che la forma finale).
La negazione della forma (il ‘semplice cubo’) è solo apparente, poiché ogni forma si elide solamente nella figura, come le Parti si con-fondono nel Tutto (la figura non si pone la questione di apertura o chiusura, essa è dialogica, aperta al confronto per la sua dinamicità linguistica). Sedlmayr direbbe che in realtà il cubo (pur essendo un elemento archetipo dell’architettura) evoca un’emancipazione geometrica dall‘architettura, a favore di un’apertura completamente laica e orizzontale verso il mondo terreno. Se fossimo abbastanza colti capiremmo che il progetto di Kuehn-Malvezzi sembra anonimo solo se confrontato con le altre architetture del nostro tempo, mentre in realtà appartiene ad una tradizione più lontana nel tempo, ad un tentativo di ricostruire una dimensione spirituale non in conflitto con la laicità e universalità storica del mondo contemporaneo.
Il segmento culturale a cui fa riferimento l’opera di Kuhen-Malvezzi è dunque ben consolidato, quasi miesiano (ancora un tedesco, dunque), non fosse altro che per la faticosa e lunga ricerca filosofico-linguistica compiuta da storici esponenti della cultura tedesca per fissare (e condividere) un transito senza strappi eccessivi tra la tradizione architettonica consolidata e le spinte verso il contemporaneo (il Bauhaus e la sua ricerca sulla spiritualità nella composizione sono stati una prassi culturale ben più radicata e fondativa rispetto all’eroismo di Le Corbusier).
Rimane però da chiarire cosa rimane del rapporto tra la forma dell’architettura e l’abitante nella laicità dell’esperienza non liturgica del vivere comune. In altri termini: un’architettura non simbolica ma pubblica ha la forza di fondare un’esperienza collettiva e sociale? Poiché la forza (anche linguistica) del simbolo è quella di accogliere e raccogliere insieme.

“La parola “simbolo” deriva dal latino symbolum ed a sua volta dal greco σύμβολον súmbolon (segno) che a sua volta deriva dal tema del verbo symballo dalle radici σύμ- (sym-, “insieme”) e βολή (bolḗ, “getto”), avente il significato approssimativo di “mettere insieme” due parti distinte.

In greco antico, il termine simbolo (Σύμβολον) aveva il significato di “tessera di riconoscimento” o “tessera hospitalitas (ospitale)”, secondo l’usanza per cui due individui, due famiglie o anche due città, spezzavano una tessera, di solito di terracotta o un anello, e ne conservavano ognuno una delle due parti a conclusione di un accordo o di un’alleanza: da qui anche il significato di “patto” o di “accordo” che il termine greco assume per traslato. Il perfetto combaciare delle due parti della tessera provava l’esistenza dell’accordo” (Wikipedia)

Rispetto all’etimo originario il simbolo subì una trasformazione linguistica che lo ha portato più vicino alla metafora come effetto, ovvero al rinviare ad altro da sè. Sembra esserci dunque, nell’uso, qualcosa di mistificante nel simbolo, come fosse un buco nero, un attrattore che introduce ad altri mondi. Eppure la radice sym- (=insieme) ci ricorda come ogni sim-ulazione non possa esistere senza la partecipazione da parte di uno spettatore-utente. In parole più semplici, nella simulazione (e anche, per molti versi nella simultaneità) il ruolo di chi guarda non è passivo ma fondativo, dunque fornisce una condizione necessaria all’efficacia della simulazione stessa.
Un’architettura non simbolica tenta di spezzare la simultaneità a favore dell’universalità, ovvero ad una sorta di atteggiamento contemplativo e senza parole, fatto di silenzi (e in questo l’architettura diviene tombale, epigrafica, sospesa dal tempo, senza scopo). L’architettura (anche liturgica) che pretende l’universalità non può essere monumentale se non nelle dimensioni.
Nello spazio aperto dalla simultaneità, al contrario, si lascia uno spiraglio all’immaginazione poetica (quella di cui parla Bachelard nel suo Poetica dello spazio), ovvero quella capacità (tutta umana) di densificare e stratificare il visto con il vissuto, senza per questo ridurlo a mero ricordo. Vivere un’architettura significherà, così, interiorizzarla ed amplificarne il senso al contempo, grazie ad un contributo impalpabile ma vivo nella mente e nel corpo (si innescano abitudini e familiarità nel vivere un’architettura).
In questa lettura la simultaneità diviene positiva, un’esperienza che arricchisce l’architettura e la città di continui contributi che sono al contempo personali-soggettivi e universali, poiché tutti condividiamo lo stesso tipo di corpo e l’esperienza dell’architettura avviene in modo corporeo.

Il rapporto con l’architettura, nella simultaneità, è tuttavia ancora più delicato di un tempo. Noi, oggi, non abbiamo la possibilità di stratificare la nostra esperienza culturale. La nostra esperienza del mondo non è più un magazzino, un teatro o una fabbrica, ma si avvicina ad essere sempre più simile ad un tunnel cavo, nel quale scorre l’esperienza, con poche possibilità di stratificazione. Questa è la condizione-limite dell’istantaneità: poca memoria, poca progettualità, creatività puntuale e non universale.

L’architettura gioca un ruolo determinante in questa dialettica tra corpi, poiché spesso la sua forma diviene essa stessa corpo complesso, non più una cornice per vedere il mondo (come, per certi versi, è stata l’architettura dei maestri novecenteschi). E la promenade nel corpo complesso dell’architettura si trasforma in esplorazione, nella quale poco spazio si dà all’immaginazione poetica: tutto è già dato, basta guardare.