Seleziona una pagina

Make Space (John Wiley & Sons, 2012)  “is a new book based on the work at the Stanford University d.school and its Environments Collaborative Initiative. It is a tool for helping people intentionally manipulate space to ignite creativity.”

Da qualche tempo mi sto annotando alcune riflessioni (in ordine più o meno sparso) in merito alla simultaneità. L’idea che mi sto facendo è che l’onda generale di connettività stia rimescolando molti paradigmi, prima di tutto quelli legati alla nostra interpretazione del reale e all’uso che facciamo dell’intelligenza. Ci siamo costruiti nel tempo una cultura che necessita di una certa distanza critica dal mondo, e cosa accadrebbe in un possibile eccesso di accesso e di connettività? Naturalmente non ci interessano direttamente le possibili conseguenze psicologiche o sociologiche (ne ho già accennato altrove, da incompetente), ma la ricaduta sul nostro contatto artigiano con il mondo. Devo spiegarmi ulteriormente: se il rapporto con il mondo è stato caratterizzato dalla sua disponibilità fisica ad essere cambiato dalle nostre azioni, cosa accade nel momento in cui la nostra vitalità non si esplica più mediante l’azione ma attraverso una pura dimostrazione di tendenze senza azione?

Personalmente definisco questa condizione simultaneità.

Essa, superficialmente, è caratterizzata da un eccesso di rappresentazione. La nostra capacità tecnica di prefigurare e rappresentare ogni cosa (comprese le infografiche e i diagrammi) sta amplificando a dismisura la ‘pressione’ mnemonica sul nostro presente: un passato che accumula terabyte di ricordi e rappresentazioni, nella sua perentoria eternità (la Rete non dimentica nulla) incombe sul nostro momento ‘zero’, quello in cui l’azione ha bisogno di libertà, resistendo localmente alla durata della memoria. Il nostro ‘prendere decisioni’ soffre dunque di eccesso analogico: nella simultaneità tutte le decisioni si assomigliano. Infatti la decisione impone un senso del tempo (un prima e un dopo), che viene depotenziato in un sistema di rappresentazione globale che ci cristallizza in un presente con troppo passato e nessuna disponibilità all’azione futura.
Queste considerazioni non sono una critica ‘morale’ alla nostra condizione, ma solo una lettura di essa alla luce di una prospettiva interessata all’impulso vitale, così come interessava al filosofo francese Henri Bergson. La filosofia di Bergson (che era fisico di formazione) ha un taglio particolarissimo, sembra addirittura pre-platonica, naturalista, dato il suo interesse per la vita, gli organismi, l’evoluzione e l’uomo.

Nel mio personale glossario filosofico Bergson ha un posto privilegiato, essendo forse il primo a scrivere del virtuale come una dimensione/caratteristica non necessariamente contrapposta al reale. Anche per questo, per il sottoscritto, Bergson propone una filosofia immersiva, mediale, fuzzy, completamente anti-sistemica. Si tratta di riflessioni esplorative, indagatorie, come si trattasse di non dare nulla per scontato. Per Bergson era più interessante porsi delle domande giuste, piuttosto che illudersi di ottenere risposte da paradigmi errati. Ecco, Bergson è probabilmente il più completo meta-filosofo che si possa leggere nel tentativo di pensare al simultaneo in modo positivo.

Perché, per molti versi, il simultaneo sembra opposto alla durata bergsoniana, apparentemente immerso in un costante istante privo di passato. Ma se il passato (e la memoria) rappresentano il virtuale (il nostro vissuto depotenziato poiché non più attuale), allora un eccesso di virtualità (intesa in modo contemporaneo) potrebbe indicare che, oggi, ogni istante è pericolosamente saturo di passato, e quindi impone al soggetto un carico emotivo e memoriale che gli impedisce di prefigurare liberamente il futuro. Nella sovrapposizione continuativa tra rappresentazione e mondo, tra virtuale e attuale, tra memoria e azione, ma anche di rimescolamento delle memorie soggettive e individuali in un grande mosaico sconclusionato, la condizione della simultaneità è la spazializzazione completa del mondo e della cultura, poiché, nel simultaneo, il senso del tempo e della durata vengono sostituiti da un presente simulativo che impone la rimozione completa della durata stessa. Questo potrebbe avere ricadute negative, come ad esempio la perdita della correlazione di causa-effetto, o della finalità. A noi che scriviamo di architettura interessa sottolineare che nella simultaneità il rischio è la perdita della capacità progettuale.

Oppure, senza perderci nei timori di rischi e ricercando invece le ricadute positive, poteremmo tentare una lettura più profonda del simultaneo, seguendo ancora il filosofo francese.

La critica ha già operato un primo avvicinamento tra l’architettura e Bergson, proprio per le sue riflessioni sul virtuale (ricordo uno splendido numero di ANY http://en.wikipedia.org/wiki/ANY_(magazine) dedicato a Bergson), e avvenne nel momento (1993-2000) in cui l’architettura sperimentava la vertigine di una dimensione non-costruita non necessariamente di stampo utopistico (come era avvenuto invece nel Rinascimento e nell’Illuminismo). Diremmo che per molti versi l’architettura virtuale è stata figlia delle sperimentazioni eterotopiche degli anni ’60, nonché del fortunato incontro (sempre di quegli anni) tra architettura e arte.

Questo sodalizio (che da allora faticherà a sfaldarsi) rappresenta un intreccio ben più profondo delle esplicite analogie formali che possiamo comunemente riscontrare (che ne so, tra Buren e Vacchini, ad esempio; oppure tra Mies e Merz), poiché arte e architettura vanno forse pensate al di fuori dello schema preromantico kantiano (per il quale l’arte è senza finalità e l’architettura è composta da struttura e ornamento applicato). Intendo dire che le ragioni di Kant di mettere ordine tra oggetto e soggetto, ma anche tra arbitrio e obbiettività (e dunque tra particolare e universale) sono certamente utili per una didattica immediata del romanticismo, ma andrebbero riviste alla luce delle riflessioni bergsoniane in merito a intelletto ed intuizione.
Perché ci sembra interessante parlarne? Per il semplice motivo che Bergson propone una prospettiva differente nel rapporto tra le due facoltà umane/animali di leggere la realtà, e tale inquadratura della questione ha un taglio non-oppositivo (dunque non afferma che intelletto e intuizione siano opposti l’uno all’altro) e non-duale (pertanto non intende che le due facoltà siano una necessaria all’altra). Bergson è un po’ così: tende a fondere insieme le opposizioni per tracciare nuove direttrici di pensiero. 
L’intelligenza, secondo Bergson, si occupa della materia, e ad essa impone (o in essa ricerca) forme. Dunque l’intelligenza è esterna alla ragione delle cose e della vita, si posa sulla superficie degli oggetti, tanto le basta per identificarli e applicare ad essi il linguaggio. L’intelligenza è massimamente finalizzata alla fabbricazione: per tale ragione la materia è vista come un continuo da poter ritagliare in forme. E tali forme (inevitabilmente discontinue) saranno le sole cose che l’intelligenza potrà capire.
Va da sé che per Bergson il massimo risultato dell’intelligenza è la scienza, la quale produce bordature sulla realtà per tradurla in formule, le quali tuttavia possono operare (per quanto detto) solo sul discontinuo, e dunque sull’inanimato
Ma l’intelligenza può operare, secondo Bergson, solamente sulla materia inerte, essendone per certi versi cogenerata: entrambe (materia e intelletto) si pongono al di qua della dissoluzione dell’istinto vitale, entrambe rimettono insieme i frammenti defunti derivanti dagli intrecci tra materia e vita, entrambe operano necessariamente al di fuori della durata (in cui tutto si differenzia senza soluzione di continuità) e nel recinto specifico della linearità dei rapporti di causa ed effetto.
La previsione (per l’intelletto) opererà in termini strettamente logici e pre-visionali, basandosi tuttavia sull’esperienza e sull’efficacia di ciò che è già stato, senza possibilità alcuna di affrontare sintesi più ricche di contenuti (spostandosi quindi nell’imprevedibile e nell’immaginabile, e, perché no?, nel creativo). La memoria quindi si porrebbe come un archivio de-potenziato che supporta sia la materia che l’intelletto (e per questa ragione Bergson chiama indifferentemente immagini sia gli oggetti-mondo che i soggetti-intelletto). Non sono le immagini ad essere interessanti, quanto i meccanismi (processi) che ne sanciscono connettività e connessione.

“In modern concurrent engineering product lifecycles, massive data streams of product data are produced and consumed between arbitrary phases of the product lifecycle”. (immagine da Smart Vortex )

Nel simultaneo ci troveremmo dunque (ora, adesso, oggi, ma anche in futuro) nel campo di una doppia novità: novità di scopo e novità di paradigmi di lettura/interpretazione. Non sembra (per ora) poter operare alcuna distinzione tra i due, non oggi. Fissiamo istantaneamente (tramite intuizione e non intelletto) strategie e paradigmi contestuali e fragili, istantanei. Corriamo rischi, ingaggiamo sfide continue, necessitiamo di costruire per questo reti fiduciali, che ci permettano di raccogliere e condividere informazioni in tempo reale, non certo per ansia di connettività ma, intimamente, per avere una garanzia aleatoria che il nostro decision making possa avere almeno un sentore di universalità. Un tempo l’universale aveva infatti un suo regime linguistico e archetipale (la classicità), oggi operiamo (anche nell’interpretazione) per prototipi aggreganti.

Aggiungo che l’intuizione è forse la capacità umana di operare secondo una condizione puramente meta-contestuale (sia rispetto allo spazio che rispetto al tempo), dunque senza le necessità strutturali e sintagmatiche della funzione e della fisicità. L’intuizione è la controparte positiva dell’aleph borgesiano.