Ringrazio l’architetto e amico Marco Terranova di Senza Studio per avermi concesso di trasformarlo nel personaggio di questo racconto. Parte di quello che ho scritto è effettivamente accaduto a inizio settembre 2025. Penso che la 19° Biennale, Intelligens di Carlo Ratti, sia stata colta, coraggiosa e ottimista. E’ un fatto davvero rilevante, visto il momento molto buio in cui ci troviamo. Ritengo che abbia mostrato quante cose possono rientrare nel vasto campo del progetto, anche se a volte le stesse cose rischiano di disorientarci. Ho cercato di dar voce a questo disorientamento, attraverso i nostri due personaggi e le loro parole. Tutti i dialoghi tra me e Marco sono stati scritti ad hoc, per divenire il mio resoconto sulle tematiche sollevate da Intelligens e la mia critica su alcuni dei progetti esposti.

L’immagine che ancora accompagna il mio ricordo della visita a Intelligens all’Arsenale di Venezia è quella di due ragazzi (*) che trasportano due lastre di pietra sulle loro schiene. È un’immagine potente, esplicita. Con essa la Grace Farms Foundation, col suo progetto Design for Freedom, ci ricorda che nel mondo delle costruzioni lavorano circa 160 milioni di minorenni, dai 5 ai 17 anni. Questo accade perché la costruzione di città è ciò che rende di più, nel mondo. Mi sforzo di tenere tutto questo bene a mente, quando penso all’architettura.
A settembre il cielo grigio del primo mattino accompagna l’acqua grigia della laguna. L’essenza cromatica di Venezia tenderebbe a colori umidi. Gli aloni celano una fragilità così intima e radicata, tra il bagnato e l’asciutto, così flebile che si fatica quasi a percepirla. A volte basta voltare un angolo, uscire dal flusso delle code agli imbarchi sulle fondamenta del Marciano. E nel silenzio delle calli, come quella del Dose, si può quasi sentire quel rumore bianco, che si mescola al sottofondo di salso e muffa. Un tono basso che si affanna a raccontare le memorie della terra ferma, lontana nello spazio e nel tempo. Ma anche del fango ben compattato, lì tra i tronchi infitti sotto le fondamenta, lungo i canali veneziani.
Incontro Marco Terranova seduto su una panchina al Campo Bandiera. Qui a Venezia sembra cambiare modo di sedersi. Allarga le gambe, a cercare stabilità. In qualche modo percepisce quel rollio di fondo, sempre leggermente squilibrato, quella mancanza di solidità, che attraversa le insule da sotto in su. Mi vede e sorride, si alza e mi avvolge con le sue braccia. Ho capito che dopo una certa età gli amici si abbracciano. Non bastano più le strette di mano e le pacche sulle spalle. Si abita più lontani, non ci si vede per dei mesi, e l’abbraccio è utile per trovare un equilibrio più solido – seppur temporaneo – perché, in due, si sta su quattro gambe. Ad ogni abbraccio, quindi, mi sento più vecchio, penso a quanti altri ancora me ne restino. Terranova sorride, perché in fondo questa è una piccola gita a due. È un architetto senza studio e un carpentiere, viaggia molto e ha con sé il fidato zaino. Anch’io ho il mio, non andrei mai via senza, ma si vede subito la differenza tra l’esploratore e il gitante. Lui attacca: “Ho preso i paninetti, spero ti piaccia il manzo salato con la cipolla caramellata”. Non lo so, sono le 10 del mattino e la domanda mi scivola addosso. “Certo” – rispondo – “Ci prendiamo un caffè?”
Scopriamo che l’Arsenale apre alle 11. Di solito al mattino penso e scrivo, non parlo molto. Ma siamo in due, e il tempo da passare insieme è poco. Ci si aggiorna su amici comuni, piantando qua e là qualche possibile seme di conversazioni più profonde, per vedere se attecchisce, se si ha voglia di iniziare a parlare di architettura prima di sentire il blip dello scanner sul codice dei nostri biglietti digitali. Terranova parla poco di architettura, preferisce la fantascienza e la costruzione. Oggi la penso come un’arte della conversazione, un grumo di adesivo a cui si appiccicano materiali spuri. Se costruissimo le nostre città solo con supercolle avremo forse un diverso senso del tempo: si trascorrerebbero le giornate nella speranza che non avvengano crolli, e non ci occuperemmo d’altro. Terranova usa i cantieri come estensione di questa capacità di dialogo del costruire. Il mio amico è un domatore della disciplina dell’architettura, non la lascia mai prendere il sopravvento, la addestra, ogni volta. Alle 11 siamo pronti a varcare tutte le soglie che ci separano dall’allestimento della 19° Biennale di Architettura. Blip. Blip.

(*) Caldo. Buio. L’impatto della soglia sulla nostra percezione è fisico. Simula l’innalzamento globale delle temperature. Il corpo vorrebbe fuggire. La mente scivola in secondo piano. Fa troppo caldo. Poi, dopo la soglia, ci si trova di fronte ad un muro ricurvo che impedisce di vedere oltre. Almeno fa più fresco, la mente torna a ingranare: muro, mattoni, superficie curva, niente copertura. L’installazione è simbolica o concettuale. (*)

Terranova sembra cercare qualcosa con gli occhi e affretta il passo. Aggiriamo il muro, scartando a destra e poi voltiamo lo sguardo a sinistra, per vedere come fa il muro a star su. E là troviamo un’impalcatura metallica molto profonda, di dimensioni massive. Tutti quegli anfratti di tubi e nodi e bulloni sono colonizzati da estese incrostazioni melange, che quasi cancellano le tracce antropiche dei manufatti metallici. Disordine, sporcizia. Non sembra più costruzione, sembra biologia. Oppure qualcosa che sta nel mezzo. (*)

“Ma che…” – dico io. Ho visto quanta roba sta dietro al muro, al di là di quelle incrostazioni batteriche. Avevo letto alcune critiche all’allestimento di Carlo Ratti, per via della quantità di opere e installazioni raccolte, tutte insieme, nel vasto vuoto dell’Arsenale. Ma aveva davvero raggiunto una densità incredibile!
“Ci vorrà del tempo” – afferma Terranova, mentre già cerca con lo sguardo una possibile via d’uscita. Poi aggiunge: “Sembra di stare nella Zona”.
“La Zona?” – chiedo. Sto ancora elaborando quello che ho solo intravisto.
“Picnic sul ciglio della strada, o Stalker di Tarkovskij, se preferisci. Ricordi? Quel film con quella strana area piena di roba abbandonata dagli extraterrestri”.
“Ah, già” – ci penso brevemente. Al di là della sua fama, Stalker non mi ha mai convinto del tutto. “E’ in film bello cupo ma è troppo lento per i miei gusti”.
“Ma va’, come sei frettoloso Laìn!”. Terranova spesso sottolinea il posto di quell’accento alla veneta, sull’ultima sillaba. Come ad avvallare, per mio conto, un qualche senso di appartenenza territoriale. In Veneto l’ultima sillaba dei cognomi è spesso accentata, ultima come l’ultimo bicchiere, direbbero i personaggi di Le Città di Pianura. Un senso del limite tutto veneto, dove ciò che è secondario e marginale acquista un senso proprio, grazie alla libertà di cui può godere il fondo classifica.
Terranova riprende il filo: “I fratelli Strugatzki, quelli del Picnic, hanno fatto la storia della fantascienza russa”.
“Mi ricordo qualcosa, ma cosa c’entra con questa Biennale? Qui ci sono tutte cose terrestri…”
“Nel libro immaginano che gli alieni siano passati per la Terra. Una gita veloce, che gli umani chiamano la Visita, nella quale però hanno abbandonato scarti della loro tecnologia, prima di ripartire per chissà dove.” – Fa una pausa, poi riprende. Il suo tono è pieno e cadenzato, con un accento catanese ibridato sporadicamente di friulano nell’apertura di certe vocali.
“Sulla Terra, in sei Zone si trovano cose che gli umani non capiscono, o che usano in minima parte, ma che, nonostante questo loro essere radicalmente aliene, entrano a far parte del nostro mondo. Gli stalker sono i contrabbandieri umani che superano i controlli militari posti ai confini delle Zone. Il loro lavoro consiste nel portare all’esterno quello che trovano lì dentro.” – Altra pausa, mentre guarda le installazioni più vicine, poste dietro al primo muro. “Immagina di trovarti in una Zona. Puoi vedere l’Arsenale in questo modo: è pieno di cose che non capiamo e che, forse, riusciremo ad usare solo in parte. E di fronte a tutto ciò puoi essere certo di una cosa soltanto…”
“E sarebbe?”
“Che, per quanto esse siano terrestri, per la gran parte di noi, soprattutto noi progettisti, sono aliene”.
“Secondo te qui non si parla di architettura?”
“No, qui si parla di sopravvivenza. Per questo penso che questa Biennale piacerà gran poco agli architetti. Questo Muro mostra un ostacolo da aggirare, una separazione, ma anche un punto cieco. Vedi qui – Terranova indica la didascalia dell’installazione, curata da PlanB -, dice che dopo il 2050 non abbiamo idea di cosa succederà. A prescindere dalle scelte che faremo, sembra che le diramazioni siano tutte equivalenti: è il caos. E per quanto ci piaccia pensare che l’architettura sia fondativa, che su di essa si siano costruite città e civiltà, beh, nonostante questa piccola ma fondamentale convinzione non credo che in questa Biennale l’architettura sia ancora al centro…”
Con scarsa convinzione ribatto: “Pensi che davvero l’architettura si possa preoccupare di sopravvivenza?” – mi esce così, come fosse uno sfogo. Forse per via di un certo scetticismo che anno dopo anno mi cresce dentro. Col tempo mi sono accorto che le reti causali sono così elastiche ed estese da potersi tranquillamente scordare di te. Di noi.
Terranova guarda a terra. Poi alza lo sguardo. Non ci vedo alcuna convinzione, forse solo un’ombra di dubbio. Poi: “Boh, non so. Forse non ora, o forse mai. L’architettura non ha mai affrontato appieno temi come questi, se non collateralmente. È faticoso farlo, troppo complicato. E invece si preferiscono i progetti semplici…”
“Che intendi? Le curve di ZHA o di MAD non sono poi così semplici!” – lo dico, ancora, per puro automatismo. Di solito non difendo la disciplina, ma mi sentirei sperduto senza architettura. La forma ha una sua ragionevolezza, e nei capolavori è universale. La composizione parametrica di ZHA e MAD – così sfacciatamente simili – ha esaltato questa chiarezza, come fossero degli splendidi racconti della capacità costruttiva degli umani, scritti per essere comprensibili a tutti. Quelle forme esaltano il limite estremo del nostro controllo delle forme complesse, semplificate negli algoritmi che le hanno generate. Mi rendo conto che Terranova ha ragione.
Non aggiungo altro, ma lo prendo per un gomito e lo spingo avanti: “Andiamo, va’!” – so che in fondo non c’è altro da fare, se non esplorare quello che Carlo Ratti ha faticosamente raccolto qui dentro.
Camminiamo. Arriviamo di fronte a Domino 3.0: Generated Living Structure, di Kengo Kuma. Elementi plastici vengono generati da un modello di IA, per realizzare strutture di connessione con le quali collegare i tronchi di alberi abbattuti dalla tempesta Vaia, che si è scatenata nel 2018 qui in Veneto. Dopo le ville palladiane e Venezia, anche Vaia è diventato una narrazione globale del nostro territorio, arrivando, a quanto pare, fino in Giappone. Kuma ha quindi proposto una soluzione – ancora una volta l’architettura si presenta come salvifica – passando per una costruzione interpretata come ciò che mette insieme i cocci, come nel kintsugi. (*)

Guardo Terranova, certo di una sua reazione. Domino 3.0 sembra in fondo una sconfitta per l’immensa tradizione della carpenteria giapponese. Difficile pensare che non ci fosse un artigiano del Sol Levante in grado di mettere insieme quei tronchi, senza l’uso di connettori stampati in 3D. Ma forse è questo il punto: l’emancipazione dalla sapienza della mano del singolo, per arrivare ad un risultato senza alcun sapere artigiano. Un carpentiere giapponese avrebbe nascosto in giunzioni invisibili la propria maestria, mentre i connettori stampati sono troppo visibili e dozzinali. Nonostante l’intuizione iniziale, i tronchi interconnessi scivolano in secondo piano. È il prezzo della narrazione globale.
Rilancio, giusto per dire qualcosa: “Forse ho capito, Terranova. Vorremmo forme che si costruiscano da sé”.
“Già. Senza artigiani. E senza progettisti, forse”, aggiunge Terranova, con un velo di amarezza nella voce. Queste parole sarebbero rimaste nell’aria, nel corso della visita. Ma sarebbero precipitate a terra a breve, come sassi su un percorso già sterrato, quando avremmo trovato l’installazione di BIG, Laurian Ghintolu e Arata Mori, dal promettente titolo Ancient Future: bridging Bhutan’s tradition and innovation. (foto) La didascalia avrebbe riportato che: “il Bhutan, Paese in cui la modernità è intrisa di tradizione, è alle prese con sfide come l’invecchiamento della popolazione e la fuga dei talenti (…). Ancient Future mostra il potenziale collaborativo dell’artigianato umano e della robotica. (…) Il ricco patrimonio del Paese può perpetrarsi nel tempo e ispirare le generazioni future”. A dimostrare questo lascito umano al futuro artigianato robotico, era stata allestita su cavalletti una grande losanga composta da quattro travi in legno massello, di dimensioni pari a circa 3×3 metri. Essa era stata intagliata simmetricamente, metà da mani umane e metà da utensili robotici. A chi, come noi, fosse poco meno che entusiasta di fronte alle innumerevoli promesse della tecnologia, quegli intagli robotici sarebbero parsi fotocopie di fotocopie. Con perdite di dettagli e assenza di spigoli. ZHA e MAD e le forme parametriche ci hanno forse portato proprio qui, con euristiche artificiali che tendono ad unire i puntini, a interpolare le differenze, a creare declivi dove forse occorrerebbero invece baratri in grado di accogliere la potenza drammatica del chiaroscuro. Se il gusto mette radici nei contrasti, questa universale fluidità delle forme probabilmente uniformerà il nostro.


Ma queste riflessioni sarebbero arrivate dopo. Terranova indica un altro piccolo padiglione, in un angolo, con un albero sradicato messo in bella posa. (*) “Qui almeno gli alberi sono ancora vivi – dico – a parte questo, che han tirato fuori dalla terra. Pare nudo, con le radici in mostra”. Quel corpo vegetale sembra un inutile trofeo.

“Già. Eppure, leggi la didascalia: Gli alberi sono esseri viventi in crescita e in costante interazione con ciò che li circonda… Perché non portarlo con un vaso, allora? Come fa ad interagire se è morto? Questa Baubotanik mi sembra una bella storia da mettere in Biennale, ma non sta davvero raccontando un’ibridazione”.
Guardo il render elaborato dall’Office for Living Architecture, dell’Università di Monaco. Alberi che sostengono interi edifici, l’industrializzazione della capanna di Laugier, resa più stabile e molto più grande. Non so se qualcuno si è accorto di questo bisogno implicito di un ritorno all’origine. Mi ritrovo a pensare però che la parte interessante, sia di Baubotanik che di Domino 3.0, è la temporalità del progetto. Non è una temporalità umana, e prevede altri rapporti con il passato e il futuro, diversi da quelli della storia e del progresso. Un indizio, quindi, di un altro pensiero costruttivo, di sicuro impraticabile per l’industria globale della costruzione.
Andiamo oltre, a zig-zag, ammirando rocce che sbuffano vapore. Altra dimostrazione di un micro-habitat, né animale né vegetale, qualcosa di cui forse un giorno, qualcuno, riuscirà a tener conto. Vediamo la Fabbrica dell’Aria di PNAT (*), con una splendida Monstera, nella sua teca di specchi. Mi immagino un interno che diventa sempre meno umano, colonizzato dai vegetali su tutte le superfici possibili, come nello scialbo salotto di Jordy Verrill, interpretato da Stephen King nel 1982.

È ormai passato mezzogiorno. Ci infiliamo nella prima uscita sulla sinistra e ci ritroviamo all’aria aperta, tra i chiostri laterali dell’Arsenale. I paninetti ci aspettano. Quando siamo comodamente seduti al sole di settembre – ormai la grigia foschia della laguna è sparita – mi sembra necessario fare il punto.
“Che ne pensi, allora?”, chiedo, mentre sto apprezzando il gusto del manzo salato con la cipolla caramellata.
“Per me è l’intera Biennale ad essere un’esposizione obsoleta, ormai ci vengo per tradizione”, dice Terranova.
“Ok, ma se dovessi fare il punto?”, rilancio speranzoso.
Lui ci pensa un po’, poi dice: “Gran parte di quello che ho visto non riguarderà mai quello che faccio. Nuovi materiali, robotica, habitat ibridi. A che serve? Roba da universitari, che non vanno in cantiere…”
“Oppure” – azzardo – “si tratta di come la ricerca vede i cantieri a venire. A me è parsa una vasta rappresentazione di come le tradizionali regole della costruzione potrebbero essere riscritte. Mi sembra come il reboot di Star Trek fatto dalla Bad Robot, con Pine: penso sia piaciuto perché, oggi, volevamo saperne di più del passato conflittuale di Kirk, andare oltre la vecchia rappresentazione machista degli anni Sessanta”.
“Bah! Sai che Star Trek non è la mia serie preferita”, taglia corto Terranova. “Però ho capito che vuoi dire. Secondo te Ratti ha fatto come Torvalds col suo kernel nel 1991, rendendo quindi pubblico il codice alla base della disciplina dell’architettura, perché pensa che ci sia un maggiore interesse generale, una comunità di possibili sviluppatori di un nuovo codice del costruire…”
Con un pizzico di filosofia amatoriale dico: “E sperando di mostrare che esistono ancora punti di contatto coi kernel degli ecosistemi e con quelli delle civiltà umane, così da collettivizzare le reciproche implementazioni”.
“Bah! Laìn, secondo me questa roba la vedi solo tu. Per me non c’è un progetto così ambizioso dietro, è solo un campionario ben nutrito. Sai che secondo alcuni l’aumento di quantità porta automaticamente ad un incremento della qualità?”. Nel frattempo, siamo passati ai panini con crudo e melanzane grigliate. “Il disegno generale di questo vasto assortimento”, continua, “potrebbe emergere addirittura da solo”.
“Non succederà, occorre lavorarci tutti insieme”, ribatto, sovrappensiero. Mi è rimasta addosso la sensazione – in realtà sempre più chiara – che per l’architettura i giorni siano contati.
“Hai ragione a metà. Non succederà, appunto”. Raccogliamo gli zaini e rientriamo nel lungo salone.

(*) Quasi a sottolineare quell’approccio open source di cui parlavo, ci imbattiamo nel progetto Coding Plants: an Artificial Reef an Living Kelp Archive, di Terraform ONE, Mitchell Joachim, Peter Anker, Melanie Fessel e DJ Spooky. La descrizione del progetto è l’esaltazione dell’idea del precedente Baubotanik, estesa però all’immortale ideale del connubio tra città e civiltà: “gli elementi botanici saranno aumentati geneticamente per immagazzinare la conoscenza di forme architettoniche specifiche che sarà possibile estrarre e utilizzare per contrastare i metodi di costruzione inquinanti. Le piante agiranno da veri e propri archivi viventi, codificando nel proprio DNA informazioni dettagliate per consentire agli utenti di controllare e orientare la loro crescita e la loro struttura. Un singolo grammo di DNA vegetale può, teoricamente, immagazzinare fino a 215 milioni di gigabyte di dati”. Pare che tutti noi dovremo essere un po’ ingegneri per capire il funzionamento degli archivi vegetali. Penso che mettere insieme pezzi così distanti (ingegneria genetica e costruzione) sarà tutt’altro che automatico.
Il resto dell’esposizione dell’Arsenale sembra perdere in fascino e guadagnare in meraviglia, passando da Zona – luogo misterioso e incomprensibile, al contempo ricco di pericoli e promesse – a wunderkammer ottocentesca, messa lì per dimostrare qualcosa, dall’alto al basso. I progetti spaziali mostrano come il design contemporaneo abbia diminuito di molto la carica polemica dei vecchi radicals, di cui sono inevitabilmente i pronipoti, guadagnando in credibilità nei confronti di un pubblico forse più passivo. La gaia – ma feroce – critica sociale di Archigram, di Superstudio, di UFO o del primo Koolhaas, tra gli altri, si mostrava grazie ad affiancamenti, sovrapposizioni, contrasti, ossimori. Si rivolgeva così ad un pubblico necessariamente più colto. A noi, oggi, forse basta il possibile, che non richiede particolare cultura, ma solo una minima capacità di immaginare. E così osserviamo Space Garden di Heatherwick Studio – sempre formalmente straordinario – e Brent Sherwood. “Se fossi un alieno in visita su Terra vorrei sapere come acquistare uno di questi splendidi oggetti orbitali”, butta là Terranova. “Come gli Investitori in La Matrice Spezzata”. Mi sorride mentre lo dice. È Sterling, è cyberpunk. (*)


Nella sala successiva troviamo il modello in scala di City of Plants, di Ma Yansong dello studio MAD. L’idea è quella di stabilire un dialogo tra piante e umani, mediato dall’intelligenza artificiale. “E’ uno spazio in cui intelligenze naturali, collettive e artificiali si incontrano, creando un linguaggio condiviso tra natura e umanità”, riporta la didascalia. Wittgenstein avrebbe molto da ridire, non ne dubito. Ma possiamo rivolgerci alla più umile giornalista Kübra Gümüşay, di origini turco-tedesche, per ricordare con lei che “dobbiamo occuparci dell’architettura della lingua che deve registrare la nostra realtà. Per poter esprimere che cosa è. Per poter essere chi siamo. Per poter vedere chi di volta in volta sono gli altri” (tratto da Lingua e Essere). Lasciare che questo delicato processo passi per le euristiche di una IA sembra così desolante da essere semplicemente inutile. (*)

“Qui siamo addirittura su Marte!”, esclama Terranova quando si trova di fronte a Mars Hydrosphere di Clouds Architecture Office. È da qualche tempo che sto lavorando ad una serie di progetti dal titolo provvisorio di Outposts, in cui immagino l’architettura che assume definitivamente una funzione protettiva in contesti altamente inabitabili, e il progetto marziano ha qualcosa in comune con queste mie derive progettuali. Tuttavia, le sue dimensioni mi riempiono di dubbi. Leggo che si tratta di un grande lago immaginato per il fondo di un cratere su Marte, in cui letteralmente immergere un insediamento per 10.000 abitanti. (*)

“Interessante usare l’idrogeno dell’acqua come scudo per le radiazioni”, butto lì.
“Ma hai idea di quanta acqua sarebbe necessaria per questo progetto?”
“Sì, ma aiuterebbe a permettere ai coloni di vivere alla luce del giorno…” dico, poco convinto.
Terranova, come spazientito, mi prende sottobraccio. “Vieni con me, ti mostro una cosa che forse ti è sfuggita, perché era in un angolo” e mi riporta indietro di qualche sala. Ci troviamo di fronte all’iperbole progettuale di Biotopia, immaginata da Winy Maas di MVRDV e Federico Diaz. (*) Al centro del concept troviamo la bio-materia, un’utopia ridotta a scala molecolare, autonomamente in grado di rinfrescare, filtrare, generare energia e proteggere la vita. Ma soprattutto la forma della bio-materia è programmabile. Forma e funzione vengono separate, tanto più libera la prima, quanto più diffusa e autonoma la seconda. È un vertiginoso balzo laterale, una radicale semplificazione in cui tutti i problemi che ora ci affliggono ora (la logistica, i costi, l’assemblaggio, l’energia necessaria, la sostenibilità, e così via) semplicemente non sono più un problema nostro. Come in City of Plants il linguaggio è stato affidato alle IA, così in Biotopia la costruzione viene demandata a nanomacchine in grado di proteggerci da noi stessi. Con buona pace di Marx, di Harvey e di Wittgenstein.

“Mi manca l’aria”, dico.
“Caro mio, gli architetti globali hanno finalmente mostrato che non serve più preoccuparsi di nulla” dice Terranova, rendendo particolarmente chiara l’ironia sprezzante del suo tono.
Poi aggiunge, amichevole: “ti va di bere una cosa in viale Garibaldi? Conosco un posto…”
“Sì, dai”, dico con implicita gratitudine. L’uscita dall’Arsenale è quasi sempre la parte migliore di ogni Biennale. Lo dimentico ogni volta.






