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Avevo programmato da tempo questa occasione di incontro con alcune delle persone che (per conoscenza diretta o interposta persona) avevano guadagnato la mia attenzione.
Come devo aver già detto almeno un migliaio di volte la città è lo scenario privilegiato dell’innovazione sociale: essa è rigorosamente temporalizzata, ideologicamente votata al futuro, densamente popolata, rigidamente normata (almeno superficialmente), territorialmente estesa, piena di contraddizioni interne (che possono costituire altrettante chiavi di riorganizzazione dei suoi paradigmi), applicazione diretta dello scontro sociale, generazionale e ideologico.
In ultima, poi, è fatta anche di architetture, il che me la rende empaticamente e professionalmente comprensibile.
Avrete notato come gli invitati al workshop del FIRST non erano certo tutti architetti. Io apprezzo la fatica che molti di noi riversano nella cultura della città, al contempo riconosco tutti i vizi in cui tale cultura è ancora invischiata (non abbiamo, in estrema sintesi, strumenti per comprendere il cambiamento e la durata del territorio urbano, né quelli per applicare una vision che non sia gerarchica nel rapporto tra pianificazione, ricerca e territorio).
E infine tendiamo a vedere la città in pianta, come un quadro di Mondrian, dunque in modo compositivo. Per noi riqualificare la città è principalmente ricostruirne la riconoscibilità di forme. Ma badate bene: questo non accade per ignoranza, quanto per le prassi progettuali che si sono consolidate nel nostro paese. Siamo così intrisi del sistema di valore legato allo status quo (sia quello costruito che quello politico, economico e sociale) che la nostra prima risposta progettuale è la continuità.
Tuttavia non ci chiediamo quale sia il limite oltre il quale questa continuità si tramuta in inerzia. Né abbiamo ancora compreso il fatto che l’inerzia non è alleata facile della progettazione (e nemmeno, in senso lato, del futuro).

Leggendo Manuel Gausa mi accorgo così che l’applicazione del paradigma della continuità (che la municipalità di Barcellona accolse con gioia dalle ‘scuole’ italiane dopo la fine del franchismo) è ritenuta (dai geografi e pianificatori del matapolismo iberico) un’incresciosa perdita di occasioni urbane, poiché si adottò il maquillage per una città territoriale che aveva bisogno invece di chirurgia estetica e fisioterapia. Barcellona, banalmente, non voleva più vedersi com’era stata (durante il regime franchista), voleva rinascere a nuova vita, confrontarsi col mondo e attirare capitale umano per ricostruire le proprie dinamiche infrante.

Rileggere Mumford e Jacobs, Harvey e Urban-Code mi ha condotto ad una certezza paradigmatica: occorre ricostruire una capacità critica e paradigmatica sulla scorta di ciò che c’è. Alcuni amici (non architetti) chiamerebbero questo sostenibilità (meglio aggiustare piuttosto che sostituire), io preferisco riconoscerne anche la validità paradigmatica: dall’osservazione possiamo imparare molto, senz’altro in modo epistemologicamente funzionale (per cui le teorie urbane non funzionanti possano essere finalmente chiuse nei cassetti delle biblioteche di dipartimento).
Ma perché sforzarsi al cambiamento?
Perché la città è il luogo in cui gli scontri sociali si faranno sempre più acuti, come la storia dei moti per il diritto all’urbanità ci insegnano dalla Parigi di Haussman in poi. I capitali si fanno sempre più globalizzati, liquidi e mobili (al limite della volatilità) e il soggetto inurbato può essere altrettanto liquido e flessibile solo fino ad un limite di rottura che la crisi in atto dal 2006 sta mettendo in luce.
Ma anche perché la struttura amministrativa dei territori (a tutti i livelli, dagli accorpamenti macroscopici come l’UE e gli USA, fino alle macroregioni) soffre di uno scontro pragmatico tra la necessità di una stabilità votata alla tenuta democratica della ridistribuzione della ricchezza e del welfare e l’obbligo ad un dinamismo privo di una direzione che rischia di annullare il set di patti sociali che sostiene la stessa autorevolezza delle istituzioni (amministrative, di ricerca e politiche). Ci si chiede se l’UE sia necessaria, ma la vera domanda da porsi è quanto sarà ancora accettato il controllo dello stato nazionale sui territori?
Il patto che i cittadini hanno sommariamente sottoscritto nel XIX secolo implicava di rinunciare all’autonomia del soggetto in cambio di una difesa dei diritti fondamentali (istruzione, salute, libertà condivisa, lavoro e sostegno ad una urbanità come set di occasioni e non certo come ricatto sociale). Ora quel patto andrà rivisto, pena l’abbandono delle città, o radicale trasformazione della proprietà immobiliare privata in appropriazione per la sopravvivenza. Infatti le pesanti affordances a cui il cittadino è stato sottoposto (in modo trasversale rispetto a classe, occupazione, censo ed età) hanno assottigliato pericolosamente l’equità tra diritti e doveri: food deserts, aumento della pericolosità delle periferie (e pure dei luoghi centrali), riduzione dell’efficienza dei servizi e dei sottoservizi, crollo del valore dei beni immobiliari, crollo dell’occupazione, crollo del valore dei titoli di studio universitario e post-universitario sono solo le principali emergenze della sconfitta della città (e della civiltà) novecentesca.
Come ci ricordava l’amico Corrado Poli ci troviamo poi per la prima volta di fronte ad un contesto sociale in cui coesistono ben quattro generazioni. Questo pone un ostacolo evidente per ogni pretestuoso funzionalismo, ma anche per un qualsiasi ‘scarto’ sociale che pretenda di essere immediatamente efficace per un riammodernamento del sistema città/cittadini. La mediazione interclasse e intergenerazionale non è una delle opzioni dell’innovazione, è una necessità programmatica. E ad essa andrà affiancato un adeguato sistema di formazione continua di ciascuna delle quattro generazioni coinvolte nell’urbanità.

Eppure, la bellezza dell’urbanità sta nel fatto che essa rende visibile (a volte in modo pure teatrale, con atrocità e col vigore della verità) le idiosincrasie del difficile rapporto tra città e cittadini. Ed è un rapporto irrinunciabile, capiamolo. La fuga dalla città è una cosa per pochi eletti, non avremmo mediamente la forza di produrci cibo in modo costante. La densità delle città è tale che nel 2% della totale superficie del pianeta vivono alcuni miliardi di persone. Questo significa che, nonostante tutte le difficoltà di cui vi ho parlato, la cosa è ancora ragionevolmente utile. A patto che non riteniamo gli inurbati del mondo completamente votati all’infelicità cronica, o carcerati d’eccellenza (come ci raccontava Koolhaas nella sua tesi per l’AA).

Nel presentare il nostro workshop sulla città abbiamo così preferito adottare un linguaggio chiaro, popolare, inequivocabile e a tratti anti accademico. Così Urban Code è diventato l’esempio di una sorta di manualistica anti-novecentesca: in luogo di grandi racconti e teorie abbiamo rilevato la necessità di partire dal binomio città-cittadino nei termini di rapporto consolidato dal vivere comune. In questo la città viene presentata non certo come un dato immutabile e universale, ma come una declinazione locale (e interscalare) di un habitat, dunque sottoposto ai cambiamenti che l’uso impone.

Dunque le morfologie, i tracciati e i sistemi di valore che non possano essere adottati come stimolo al cambiamento divengono secondari nella comune lotta alla sopravvivenza. Il capitalismo ha così intriso il nostro senso comune che ci siamo adagiati in una sorta di incrollabile fiducia nel futuro. Non è più così, siamo sfiduciati e abbiamo l’intima necessità di ritrovare proprio questa fiducia reciproca attraverso la ricostruzione di una reciprocità: i cittadini e la città dovranno curarsi reciprocamente e in modo attivo.
L’architettura, in questo processo, dovrà rivedere il proprio principio di esistenza, la sua positività universale (una declinazione dell’idea per cui esisto dunque sono), e rendersi (nuovamente?) arte temporale per l’abitare. Cosa accadrà dei sistemi di pensiero universali (classicisti, metafisici, compositivi, linguistici, storicistici) è in fondo affare di poco conto di fronte allo spettro della shrinking age di fronte alla quale ci troviamo. Il territorio urbanizzato non rappresenta più (almeno nel mondo occidentale) l’applicazione del plusvalore capitalistico. Gli investimenti cominciano a non considerare più l’architettura come la principale strategia di sviluppo (principalmente economico). E così l’architettura sta perdendo il proprio rapporto privilegiato con i capitali, lentamente ma inesorabilmente. Conserva certamente ancora una sua prevalenza nel mondo dei segni e dei simboli, ma presto non riuscirà più a garantirne la tenuta come sistema di riferimento per il progetto della città.
Ne nasceranno fratture, crasi interne, e ancora una volta le principali opere di urbanistica non pianificata diverranno le premesse di una nuova riflessione disciplinare, alla stregua del Muro di Berlino e del Memorial 911.

E così, infatti, si concludeva la presentazione del workshop. E’ un richiamo simbolico ad un auspicabile learning while doing, all’apprendimento permanente, fuori dall’immobilità del pensiero e dentro al fluire del pensiero stesso.