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In una stanza mentale cerco di raccogliere i miei personali avatar di Alice, Alessio, Lucia, Linda e Alessandro, di abacO, studio italiano di architettura e design, di recente impegnato a Milano con il progetto ‘Rovine dal Futuro’, che ha vinto il call [re]vive, lanciato dalla piattaforma web [im]possible living al Fuori Salone.

I ragazzi immaginari si accomodano e attendono, abbozzando frammenti di discorso, sorridendo un po’ nervosi. Non mi scrollo di dosso, nemmeno nella mia immaginazione, il ruolo di critico. Provo quindi ad alzarmi, poi mi siedo a terra, molto democraticamente, su un tappeto polveroso. Immediatamente le pareti divengono quelle dell’attico di Italo Rota, a Milano. Scricchiolii di legno, grandi spazi polverosi di vecchia data, giocattoli e libri ovunque. Molti giocattoli, molti fumetti, dall’incontestabile valore, accumulati in quasi cinquant’anni di passione anti-modernista per il colore e il pensiero laterale.
Rota è stato allievo della Aulenti, stimata progettista della Parigi di Mitterand.
AbacO ha sede a Parigi. Quindi siamo nella stanza giusta. Qui possiamo giocare, pensare agli anni ’60, abbandonarci ad un atteggiamento anti-accademico, la birra la prendiamo dopo (è nel frigorifero, anche se è maggio).

Adesso che siamo comodi butto là una cosa che mi gira in testa da un po’: mi sembra che abacO sia alla ricerca di un paradigma piuttosto che di un manifesto. Mi spiego, al solito: abacO non mi sembra un’avanguardia, ma un gruppo di pensatori/progettisti che unisce teoria e prassi con metodica applicazione.
Annuiscono, ma ancora non sappiamo dove porterà il mio discorso…
Bene, c’è una certa sottile arroganza (eroica, senza dubbio) nel proporre un manifesto. Ma in fondo si tratta di un racconto come tanti altri, un modo di delineare racconti futuri. Non si dà dubbio nel manifesto, ma intenzione d’azione. Spesso nei manifesti mancano i riferimenti alla prassi, ma si sottintende sempre che essa non sia oggetto di rivoluzione.
La rivoluzione delle prassi è ritenuta secondaria, nei manifesti. Nella prassi non si esprime alcuna evoluzione del geist, dello spirito della civiltà. La mano non era tenuta in considerazione, non poteva insegnare nulla di innovativo, nemmeno quando era sporca di terra. E così la storia dell’estetica racconta del rapporto irrisolto tra idee e materia, attorno al tema delle forme.
E qui ci impantaniamo un po’, succede sempre con la forma e gli architetti.
Alessio sembra dirmi che la cosa non gli pare di rilievo. Le forme non sono di interesse specifico di abacO  a meno che non si intenda la forma del tutto. Quando la Rete diviene rappresentazione di questo tutto, allora non si riesce a fare distinzioni, tutto diviene transito e flusso, non esistono più bordature che chiudano le forme e le rendano individuabili. Capire le dinamiche del sistema è più interessante che comprendere le ragioni estetiche delle forme.
Certo, dico io, ma che ne sarà del vostro essere architetti e designer? Non temete che tutto questo (e indico i giochi di Rota, attorno a me) si perda in un indistinto senza regole? I designer del futuro dovranno risolvere questioni paradigmatiche nuove. La forma ci serviva per dare identità agli oggetti (dalla lampada alla città), ma quando gli oggetti diventeranno ibridi spime e la IOT si sovrapporrà alla nostra prassi umana si dovranno progettare i rapporti emozionali tra soggetti e oggetti, salterà il vecchio paradigma modernista del funzionalismo, ma anche la dualità bergsoniana virtuale/attuale (che ci permette ancora di fissare una certa distanza tra il passato e il presente). Senza identità forse è a rischio lo stesso legame sociale, e senza di esso non si dà partecipazione e condivisione, il luddismo formale può degenerare in eutanasia inconsapevole…
Alessandro mi segue, Alessio è diventato ancora più impaziente (lui si muove, parlare troppo è perdere tempo, e ha ragione da vendere), Alice attende (e credo che non me la farà passare liscia), Linda ha gli occhi spalancati.
Ricorda Rovine dal Futuro
Già, è vero: un controaltare alle visioni arabo-cinesi contemporanee, MAD su tutti. Non è detto che il mondo vada nella direzione della grande federazione internazionale (alla Star Trek, per intenderci). La schisi tra economia e civiltà si farà sempre più tragica, e le trasformazioni territoriali mostreranno tutta la fragilità programmatica di un paradigma oligarchico che pretende di massimizzare profitti in tempo breve mediante operazioni immobiliari che dovranno confrontarsi con un tempo medio-lungo, pur non avendo caratteristiche che permettano di superare i 10-15 anni senza divenire un buco-nero economico.
In altri termini Rovine dal Futuro potrebbe raccontare criticamente un grande bluff, una sorta di pianificazione-Ikea, in scatola di montaggio, destinata al consumo immediato, senza alcuna pretesa di durabilità. Le trovate di BIG sono questa ikeizzazione della pianificazione.
Io già non so dove buttare la vecchia ‘Billy’….. come si fa con un intero edificio?
Linda mi lancia l’idea di hackerare gli edifici così come alcuni designer hackerano i prodotti Ikea, un DIY urbanism talmente esteso da sfiorare gli slum dell’autocostruzione. L’ordine emergerà, siamo abbastanza connessi per poterci sperare, mi dice lei.
Non mi basta, dico io. L’ordine ha comunque un suo grado qualitativo: le favelas sono molto interessanti se hai il biglietto aereo per andartene, diceva Friedman. Può nascere un buon ordine se l’autocostruzione è espressione di una civiltà consapevole, realizzata da prosumer colti e informati. Funzionava per densità molto basse, come il nostro passato mondo contadino. Ma oggi quanti prosumer ci sono?
Il problema è il rapporto con il futuro, dice Alice.
Il problema è rendere social la progettazione, aggiunge Alessio. Mi ricorda della piattaforma [im]possible living e del suo ripensare il mondo abbandonato. Io penso anche a Shht, e la sua architettura nascosta. Esiste un fuori onda presente nei social e assente dai canali moderni di rappresentazione, un non detto che raccoglie da un lato il rimosso (quello che non vogliamo più vedere) e dall’altro il defunzionalizzato, poiché ci siamo in qualche modo perduti in una strana visione del mondo per cui rappresentazione, bellezza, funzionalità, visibilità sono categorie sempre più commutabili, con devastanti conseguenze per la nostra capacità di immaginare e progettare il futuro.
La storia a cui siamo abituati non ci ha insegnato a immaginare il futuro, servendo solo a mostrare una pretestuosa evoluzione e a rendere evidenti (e possibilmente irripetibili) i grandi errori dell’umanità. La postmodernità aveva già mostrato che non esiste la storia ma le storie, ma senza le idee propulsive (e metaprogettuali) degli anni ’60 non avremmo mantenuto viva l’idea dell’utopia.
Mi chiedo: ma dal punto di vista filosofico potremmo dire che, progettualmente, l’utopia è per il futuro quello che la storia è per il passato? Mostrare un futuro in rovina non rischia di compromettere questa abituale visione paradigmatica? Con che cosa intendete sostituire l’utopia?
Alessandro ci dice che l’utopia è solitamente la visione di un singolo, ma la progettazione in una networking society condurrà all’emergenza di un’idea progettuale condivisa tra più individui. Il ruolo del progettista sarà quello di facilitatore del processo. E le piattaforme web (unite ad una città più sensibile) aiuteranno la comunicazione tra i cittadini-prosumer….

Per ora basta, dico io. E prendo la birra dal frigorifero (se Italo ne ha lasciata…)

(naturalmente ho inventato quasi tutto, ma questa è una traccia possibile per l’intervista che vorrei proporre ad abacO….)