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Il tempo è (ed è stato) un tema controverso e dibattuto in relazione all’architettura. Continuo personalmente a ritenere il contributo dato da Xenakis all’opera di Le Corbusier un momento ‘alto’ nella cronaca del rapporto tra tempo e architettura. In effetti sarebbe più specifico parlare di temporalità, ovvero del senso del tempo, per evitare di scivolare nell’ambito della fisica o della filosofia pura. La temporalità è ciò che avvicina l’architettura ad essere non-metaforica, ovvero ad essere oggetto piuttosto che rappresentazione di altro da sé. Questa sobria concretezza non è certo limitante, piuttosto è l’occasione per dare corpo all’architettura, a sottolineare la sua presenza in quanto opera e artefatto. Aggiungo che la temporalità costringe l’architettura ad essere autoreferenziale (dunque, come detto, né metaforica né rappresentativa), ovvero ad avere, in sé, una ragione sufficiente alla propria esistenza.
Il Padiglione Philips di Xenakis/Le Corbusier tocca una vetta notevole di temporalità, in quanto la sua forma è determinata da principi matematici e non dalla imprevedibilità dello schizzo dell’architetto. Inoltre, come accade nella biologia, il legame biunivoco tra forma e necessità (nell’ottica di massimo rendimento energetico) è indissolubile (si veda in merito il testo di T. D’Arcy degli anni venti, Crescita e forma). Questo atteggiamento è una delle strategie per ridurre le interferenze (compositive) dell’espressione (che è strettamente soggettiva) e dare oggettività alla forma.

La contemporaneità estetica del risultato (pur trattandosi di un progetto del 1958) è indice di una matrice profonda di assonanza tra forma e formula, rintracciabile pure negli algoritmi del Parametricismo. Tuttavia la distanza tra le due strategie formali (la necessità formale di Xenakis e l’algoritmo parametrico di Schumacker/Hadid) si misura nella finalità del risultato: da un lato abbiamo l’oggettività universale, dall’altro la novità espressiva.
La temporalità presenta anche altre declinazioni, laddove la forma lascia maggior spazio alla costruzione, ovvero ne lascia trasparire i processi vitali, dalle tracce della realizzazione ai segni lasciati dal tempo. In questa declinazione l’architettura è in grado di invecchiare, acquisendo, nel tempo, la medesima patina che caratterizza il quid dei vecchi dipinti (e che il restauratore rispetta come una sindone). Le architetture di questo tipo devono molto alla maestria dei costruttori e ne esaltano l’opera (Wright e Scarpa, diversi per tradizione culturale, sono i più rappresentativi, ma trovo che il portoghese Siza mostri altrettanta maestria).

Anche la postmodernità ha declinato a suo modo la temporalità, trasformandola in occasione di citazioni storiche accostate in modo sincronico, appiattendo il senso storicistico sul medesimo schermo dell’ora. La postmodernità ha usato la storia come archivio, sottraendo agli elementi la loro patina e il loro valore storico (ma anche costruttivo), al fine di renderli autoreferenziali in quanto forme pure, ma senza più interessarsi alla composizione del tutto come unità. Di fatto le opere postmoderne lasciano che gli elementi della composizione rimangano visibili ed identificabili. Per tale ragione si ritiene solitamente che vi sia dell’ironia nella postmodernità (ironia intesa come grimaldello dello status quo storico e culturale) tuttavia ritengo che vi sia molta drammaticità nel mostrare l’impossibilità di rimettere insieme i pezzi.

Piazza D’Italia, New Orleans

La postmodernità, in rapporto alla temporalità, moltiplica all’infinito le citazioni, le metafore, i link, le specularità (si moltiplica, banalmente, l’uso del vetro a specchio nelle facciate). Il tempo lineare si trasforma in traiettorie che rimbalzano in modo indefinito e imprevedibile, come le palle in un biliardo privo di attriti.

Dan Graham

E straordinariamente, nello stesso momento culturale, anche la musica scopre i riverberi e i delay, i primi capaci di simulare distanze sonore e i secondi di introdurre la ripetizione (e dunque la circolarità locale) come frammentazione della linearità narrativa della musica (che deve sempre, per propria necessità interna, avere un inizio e una fine). Ma, sempre nella postmodernità, compaiono i campionamenti di frammenti musicali (ma anche di altre sonorità) per introdurre nella composizione musicale l’irrisolto, la decontestualizzazione, il fuori-scala. Si spezza la ragione oggettiva-formale (che aveva avuto il suo apice nel minimal di Reich) a favore di una logica sperimentale: se tutto è già stato detto allora si cerca di mettere insieme una nuova lingua, sperando che sia in grado di trascinare fuori da un nowhere non ben definibile qualche (nuovo?) significato. Vi rimando qui sotto ad un pezzo di Reich:

http://www.youtube.com/watch?v=wYnAQ-lK74A

Ancora una volta la musica ha fornito una mappa evidente di quello che ribolliva nella cultura, ma di fronte alla drammaticità postmoderna spesso ci si trova impotenti e (dunque) disinteressati.