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I teorici dell’assemblage urbanism (Brenner, Farìas, Bender e McFarlane) dicono da tempo che occorre ampliare l’orizzonte della ricerca (e pure dell’immaginario) urbano: do we really know, today, where the ‘urban’ begins and ends, or what its most essential features are, socially, spatially or otherwise? Urban theory today must embrace and even celebrate a certain degree of eccletism [Brenner et al. 2011]. L’urbanizzazione sta cancellando (non solo morfologicamente, ma pure disciplinarmente) i confini concettuali e sistemici tra città e campagne, e l’ambiente (che Aldo Rossi, cinquant’anni fa,  teneva fuori dalla città, come puro sfondo naturale dei fatti urbani) è da tempo sublimato nella globalizzazione. Non è quindi chiaro se il superamento della contrapposizione città/campagna sia frutto di sintesi dialettica oppure di un generale indebolimento delle categorie di lettura (della città e della campagna). Rimane il fatto che non potremo a lungo continuare ad appoggiarci sulla contrapposizione dialettica (e, forse, nemmeno sul concetto tanto amato di limite) per continuare a definire le ‘cose’ facendo sponda (filosofica) sulle ‘non-cose’. Le identità geopolitiche dovranno così rifondarsi sull’Amico piuttosto che sul Nemico, e solo per pura economia e convenienza. Sarà probabilmente il secondo (faticosissimo) passo dopo l’appiattimento delle classi e dei corpi sociali intermedi determinato dalla lunga crisi socio-economica e sistemica planetaria.Nel sito di Podemos (che tutti più o meno conosciamo per l’ottimo risultato raggiunto alle politiche spagnole del 2015) si solleva politicamente la ‘questione territoriale’, riportandoci alla ‘questione urbana’ di Lefebvre e Harvey, aggiungendovi un nuovo focus (il territorio, appunto), il cui senso sembra essere quello del superamento della dualità città/campagna. Si tratterebbe di un indirizzo politico che reputo molto interessante (e certamente non sarà l’unico).

In questo contesto la ‘questione territoriale’ (posta ancor di più in chiave politica) sembrerebbe riconoscere l’esistenza di un sostrato collettivo, in cui l’azione umana, i flussi di beni e servizi (come pure delle chimiche e dell’energia) e il terreno antropizzato interagiscono in modo determinante (e tutto da scoprire e pianificare). A mio avviso la ‘questione territoriale’ mette finalmente in chiaro che solo il piano potrà far confluire (con quella stessa simultaneità che Lefebvre riconosceva nell’urbanità) i sistemi di gestione, le strategie di azione, le discipline di lettura, l’emergenza spuria delle spinte ‘bottom up’. Si tratta tuttavia di un piano multidimensionale, come ci ricorda il buon Manuel Gausa dal suo osservatorio catalano (Multiplicity). Non si tratterà di far gravitare la complessità attorno a morfologie stabili (urbane, monumentali o infrastrutturali), quanto di alimentare una urbanità sempre più produttiva ed autocatalitica, in grado cioè di agire con sufficienti gradi di libertà per evitare (costosi) interventi di distruzione-ricostruzione urbana.

Sarà quella simultaneità territoriale a mettere ulteriormente in scacco la distinguibilità della ‘realtà territoriale’ rispetto alle ‘vision terrioriali’. Sembra essere sempre meno possibile (anche all’interno delle città, ammesso che si possa ancora definire un interno) isolare (dunque riconoscere e quantificare) i fatti dagli ecosistemi. Gli elementi urbani monumentali (o fatti primari), quindi, verranno (al più) ‘incapsulati’ in una loro artificiale eternità fino a quando l’ecosistema accetterà di garantirne l’esistenza improduttiva (con costi diretti e indiretti).

Altro tema, senza dubbio correlato, è che le istituzioni urbane e territoriali si trovano di fronte ad un paradosso gestionale: se da un lato richiedono l’attivazione della cittadinanza (per aumentare la resilienza dei territori senza aumentare i costi di servizio) dall’altro dovranno comprendere come questa attivazione non possa che determinare una nuova ‘coscienza’ territoriale. Il demos ha già dimostrato (con Podemos e con M5S, ma ne verranno probabilmente altri ancora) come non accetti di fornire il proprio contributo partecipativo senza rientrare, con forza, nell’arena politica territoriale.

Per queste ragioni le istituzioni hanno la necessità di uscire dalla propria fissità e procedere secondo le seguenti nuove direttrici:
1- moltiplicarsi sul territorio, aumentando la propria specificità sistemica
2- incrementare la disponibilità di risorse per il demos attivo (salendo dunque lungo la ‘scala di partecipazione’ verso l’empowerment)
3- rendere trasparente la correlazione diretta tra i momenti di ascolto e la formazione delle linee guida per la pianificazione territoriale
4- implementare, per ogni azione territoriale, un momento di screening e condivisione degli esiti dell’azione stessa su piattaforme dedicate
5- valutare in modo sempre più circolare ed ecosistemico la produzione di valore urbano, implementando lo studio sulle ‘equivalenze’ tra materia ed energia.

Il campo di azione che ci attende non è futuro ma assolutamente presente: ce ne stiamo già occupando e l’impegno sarà sempre più strategico e gravoso. Come scrive Giuseppe Longhi: “Questa città sarà progettata in forma collaborativa, su base metropolitana, vi parteciperanno le culture di tutto il mondo, sfruttando le nuove tecnologie di elaborazione dei progetti. Le fondazioni ed il non profit parteciperanno con una capillare azione di crowd funding.”
Si tratta non solo di una necessità, ma anche di un potenziale set di nuovi mercati professionali e di nuova confluenza tra ICT e umani. Non è un caso infatti (notizia di questi giorni) che Google abbia rilasciato in formato ‘aperto’ il codice di ‘TensorFlow‘, il suo motore di Intelligenza Artificiale: da ogni interazione sarà possibile ricavare nuovi prodotti e nuovi servizi per l’urbanità. Rendere ‘TensorFlow’ aperto significa usare il pianeta come laboratorio (gratuito) per lo sviluppo rapido di un nuovo mercato, disponibile ad un nuovo capitalismo (con sempre minori costi e sempre maggiori utili).
Siete pronti a capire che ruolo avrete in tutto questo?