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L’upcycling quindi (e se ne parlerà a Genova, nel corso della terza edizione di New Generation) porta geneticamente con sè un nuovo metabolismo. Di fatto la sua lettura (sia progettuale che processuale) è già un problema di disciplina: chi se ne deve occupare? Architettura, urbanistica, pianificazione, sociologia, politica, economica, chi può sostenere il ruolo di capo-fila?Vorrei proporvi un ulteriore tassello del gigantesco rizoma che la questione dell’Upcycling pone in essere. Come sappiamo il problema linguistico (forse tutto italiano) che affligge l’upcycling è quello di essere spesso paragonato e confuso al termine recycling. Forse questo è sintomo del fatto che (per noi e per molti) risulta ancora fin troppo problematico il cambio di paradigma che l’upcycling impone. Mentre riciclare significherebbe (in sintesi) reimmettere nel ciclo produttivo il suo stesso rifiuto ( o scarto), l’upcycling richiede di inventare anche al di fuori della pura produzione (dunque cicli, funzioni, produzioni, istituzioni, normative, leggi, comunità, ecc…).

Nel farci queste domande ci accorgiamo che tutti parlano di rigenerazione, oggi, mostrando massima comprensione della complessità del tema, ma al contempo trovando i propri strumenti disciplinari alquanto antiquati e, sostanzialmente, improduttivi. Il sentire comune è tuttavia concorde nel dire che il corpo politico dovrebbe assumersene la responsabilità civica, dimenticando, al contempo, il ruolo politico che le comunità urbane dovranno assumere (se non l’hanno ancora fatto).

Senza addentrarci qui nella questione dei rapporti tra politica e territorio (ne abbiamo già parlato a sommi capi nel post precedente) quanto mi interessa sottolineare è il fatto che il problema dell’upcycling è forse posto in modo irrisolvibile dalle stesse discipline. Se da un lato esse stanno lottando per mantenere una propria identità scientifica ridefinendo i propri linguaggi prima ancora delle proprie strutture di ricerca, dall’altro lato questa nuova veste mostra un certo, spesso involontario, distacco dal mondo civile. Le parole più intense e visionarie (paradigma, città aumentata, hyper-metabilism, ecc..) mostrano una intrinseca fragilità ed evanescenza che andranno puntellate perché le parole non sostituiscano i processi, correndo il rischio di lasciare l’urbanità al suo lento declino verso la dissoluzione delle sue strutture civili.

Personalmente credo che l’arte stia già facendo molto per la città, lavorando quindi (più o meno consapevolmente) nella direzione di attivare (e alimentare) le comunità urbane. L’arte (pubblica) diviene la prima stampella del cambiamento. Non pretendo ovviamente di essere l’unico a sostenere l’importanza dell’arte pubblica, tuttavia credo che l’architettura abbia spesso rimosso questo lato effimero (e dunque simultaneo) del fare urbano, a favore di quei processi a guida dei corpi intermedi (professionali e burocratici) che hanno alimentato (fino a un paio di decenni or sono) la crescita della borghesia verso l’oligarchia mondiale.

Ecco quindi che il ripetersi ciclico di questa presa del potere (le cui strategie cambiano al cambiare dei sistemi di valore) lascia, ora, delle brecce planetarie. L’upcycling, infatti, non è più solamente una questione da salotto, ma è divenuta una necessità (prima) e una fonte di nuova ricchezza possibile (ora) per l’urbanità. Questa ultima affermazione andrà verificata (è forse più un auspicio che mi sento di proporvi), ma è fuor di dubbio che, oggi, il nuovo impegno dei corpi intermedi (dei professionisti, dei creativi, degli educatori e dei prosumer) dovrà essere implementare nuovi sistemi di produzione e diffusione di valori urbani.

Infatti se l’adagio ecosistemico (che per la smart city spesso viene delegato all’ICT) sta lentamente procedendo dalla sostenibilità dell’edificio alla sostenibilità urbana, ci stiamo accorgendo che, purtroppo, i costi della rigenerazione urbana sono molto elevati. Il mercato immobiliare (e dunque la rendita territoriale ed urbana) non sembra essere in grado di alimentare i sistemi di valore tradizionali (dunque basati sul valore di scambio). Se mantenessimo gli attuali strumenti finanziari per realizzare rigenerazione urbana correremmo il rischio di aumentare ulteriormente i costi a carico delle generazioni future, gettandoci in una spirale ancora più stretta e vorticosa di quella mostrata a Kyoto nel 1997.
Ecco perché la vitalità urbana (che apre al possibile e ad una sicurezza urbana che oggi, più che mai, ci preoccupa) potrebbe divenire un obiettivo intermedio dei sistemi di produzione di valore urbano. Essa potrebbe sperimentare altre strategie di valorizzazione dell’urbanità, portando nuova ricchezza (e/o nuovi metodi collaborativi) nelle aree urbane. Occorrerà tuttavia rileggere le posizioni dell’antropologia culturale (auspicando, con Latour, l’avvento di una antropologia della modernità), abbandonare l’idea del manufatto urbano come documento e fatto scientifico per ritrovare una dimensione intermedia in cui non esistono rendite di posizione ma collettivi. In altre parole i corpi intermedi aiuteranno la (nuova?) comunità di cittadini attivi a costruire i propri ambienti, reinventandosi i luoghi pubblici urbani.

Ecco perché sottolineo l’importanza della questione ambientale, sottraendola per un momento alla bandiera della sostenibilità e dell’ecologia, per riportarla ad una dimensione più condivisibile (e, soprattutto, agibile da tutti). L’ambiente (per dirla con La Cecla) è il frutto dell’agire dei cittadini, e se non daremo loro la possibilità di modificare la propria urbanità, allora essi non potranno ritrovare la propria mente locale.

Home page del sito del collettivo Boa Mistura (Madrid).

L’esempio che mi sembra più calzante (e utile per non rimanere invischiati nelle pastoie altre dell’antropologia) è l’opera del collettivo Boa Mistura. Se siete curiosi visitatene la pagina e il portfolio, scoprendo come l’arte pubblica possa muoversi molto più agevolmente dell’architettura nel ridefinire l’immagine della città ai propri cittadini. Il nostro, infatti, è un problema di tempo: ne abbiamo sempre meno, e i processi di rigenerazione urbana rischiano di essere, purtroppo, fin troppo lunghi e costosi. Fortunatamente l’upcycling ci permette di imparare facendo, continuamente.