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Credo che si utile, come sintesi generale, considerare il fatto che la ricerca contemporanea in architettura abbia radici negli esperimenti urbani del periodo 1950-2000. E’ un cinquantennio che raccoglie tendenze molto articolate, ma rappresenta le risposte e gli spunti dati da almeno due generazioni di progettisti alla devastazione causata dalla seconda guerra mondiale.

La parigina Fondazione Regionale di Arte Contemporanea (FRAC Centre) raccoglie dal 1999 nel suo ArchiLab modelli e disegni di quel periodo, delineando ex-post alcune categorie notevoli:

– The Pulsating City: il corpo come laboratorio
– The Endless City: un ambiente in espansione
– The Deconstructed City: creare una nuova sintassi
– The Contextualized City: una simbiosi computerizzata

Nel saggio ‘The Alter Ego and Id Machines’ (contenuto nel catalogo) Hajime Yatsuka afferma che la macchina sia il tema più o meno nascosto di tutta la Modernità, sia per l’architettura, che per l’urbanistica che per l’arte.
Affermazione che condivido, poiché la macchina è il paradigma fattuale e agente parallelo al linguaggio, con molte analogie (regole interne, principio di causa-effetto, mix tra estetica e funzionalità – nasce in questo periodo l’industrial designs…), ma anche con una diversità fondamentale: il ruolo del soggetto nel paradigma.
Nella macchina il soggetto è contemporaneamente agente e agito, e in questo shifting il soggetto ritrova positivamente la propria libertà attraverso l’azione e la deriva, imponendo in alcuni casi anche alla città un’ibridazione fuori scala, provocatoriamente tesa a far esplodere l’identità delle città nel molteplice dell’immaginario collettivo.
Invece nel linguaggio l’obbligo all’efficacia della comunicazione costringe il paradigma ad essere più serrato, ma attraverso l’ibridazione con l’arte (per la quale la comunicazione avviene in un piano estetico e non linguistico) si costituisce una triade notevolissima, in cui soggetti ed oggetti si ritrovano ad essere parte di un paradigma estetico-funzionale così fluido da vedere indebolite quasi tutte le categorie della prassi architettonica ed urbanistica, quali, ad esempio:
– divisione funzionale
– separazione pubblico-privato
– separazione interno-esterno
– separazione verticale-orizzontale
– organizzazione ‘igienica’ alto-basso
– adozione dell’infinito come orizzonte spaziale
– scala indifferenziata (dall’edificio-città, alla città-macchina e alla macchina da abitare)
– identità fluida/variabile

La sola invariante a tutte le ricerche raccolte dal FRAC Centre è il fatto che la città è il campo privilegiato di molte ibridazioni tra i paradigmi di arte, architettura e urbanistica. E’ la sua peculiare densità (concettuale e fattiva) a scatenare le ibridazioni che cambieranno potenzialmente il presente nel futuro.
Per la prima (e forse unica) volta l’utopia e l’eterotopia si confondono negli sguardi dei progettisti, i quali sembrano continuamente sovrapporre alla realtà le loro visioni (e in questo la tecnica del collage era incredibilmente aderente allo scopo paradigmatico). Si creava un nuovo immaginario, rappresentando l’utopia. E l’insieme stesso di queste rappresentazioni costituivano una sorta di brainstorming eterotopico.

Leisure Time, di Haus-Rucker & Co.
No-Stop City, di Archizoom.

Oggi il nostro altro mondo ha assimilato la macchina come principio procedurale, depotenziandone la carica eversiva e avanguardista. La nostra macchina (il computer, la rete, la networking society, il mix dei tre…) è priva di estetica, non coinvolge la nostra percezione sensibile in modo sinestetico ma privilegiando la vista e il tatto (per ora). Per tale radicale capillarità (e dipendenza) la macchina non costituisce più il nostro altro, il molteplice rischia di essere appiattito nell’alterazione piuttosto che nell’alterità.

Le Grand Verre (ou La Mariée mise à nu par ses célibataires, même) Marcel Duchamp, 1912/1923

Mi viene in mente ora la patafisica, ovvero quell’insieme di esperienze artistiche e letterarie che presero corpo teorico attorno al Grande Vetro di Duchamp. Si trattava di mostrare il fatto che la macchina era un concetto generale, indipendente dalle funzioni svolte. E in tale concetto ci si poteva riconoscere, in uno straordinario mix tra vetro-finestra e specchio che rendeva sociale la visione dell’opera. Ma la distanza era determinante, il movimento dello sguardo-corpo anche. Forse i nuovi occhiali di Google proporranno un giorno il Doodle dedicato al Grande Vetro, e allora tutti mangeremo cioccolato….