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Nel 2020 mi è capitato di imbattermi nell’Urbanismo Tattico (qui trovate il mio articolo introduttivo all’UT). Ne ho parlato anche in pubblico in un paio di occasioni, dopo aver approfondito le ipotesi di lavoro, molto eterogenee, di questo filone che spesso assume i connotati di un locale movimento per lo spazio pubblico. Ho sottolineato pubblicamente quanto sia fondamentale il suo approccio sperimentale e immaginativo, grazie al quale è possibile focalizzare la pianificazione sull’uso dello spazio pubblico. Il carattere temporaneo di questo approccio, tipico del design thinking, mette tuttavia in crisi un certo tradizionale senso lineare del tempo del progetto urbano, secondo cui l’urbanistica e i suoi piani tracciano in modo univoco il futuro della città, con poche possibilità di modifica (sulla carta). L’Urbanismo Tattico, contrariamente all’urbanistica, fa dell’incertezza e dell’esperimento i propri cardini operativi, proponendo un paradigma performativo e adattativo al posto di quello oggettivo, lineare e univoco dell’urbanistica. Non si tratta necessariamente di una differente scelta di campo, o di una opposizione ai canoni disciplinari, quanto di ammettere la possibilità dell’errore e dell’inefficienza dei nostri strumenti di design urbano, facendo poi di questa fragilità disciplinare un punto di forza nell’apertura al possibile, soprattutto in contesti urbani già urbanizzati e poi espulsi dal mercato immobiliare, e dunque privi di quel valore immobiliare che avrebbe potuto determinarne la riqualificazione.

In questo senso possiamo azzardare che l’Urbanismo Tattico sia una soluzione possibile nei contesti contesi o complessi. Per quanto essa sia temporanea, renderà comunque possibile un nuovo punto di vista sullo spazio pubblico, con un’implicita critica a quanto era stato invece proposto e attuato dall’urbanistica. Per questo approccio, potremmo definire l’Urbanismo Tattico un processo di design critico temporaneo dello spazio pubblico, grazie al quale si rendono visibili istanze della comunità residente che non erano state incluse nel precedente processo di design urbanistico.

Per questa implicita critica all’esistente e al suo design, l’Urbanismo Tattico sembra risultare particolarmente inviso ai pianificatori e agli urbanisti. Il fatto poi che il rango dei cittadini/utilizzatori venga elevato a quello di progettisti/realizzatori non può che innervosire ulteriormente i professionisti che si occupano di progettazione urbana. E’ tuttavia probabile che, al di là della lesa sensibilità dei professionisti, alcune critiche mosse all’Urbanismo Tattico nel corso dei miei racconti pubblici contengano importanti spunti di riflessione collettiva. Per questo ho deciso di riportare tutte le critiche qui di seguito, affrontandole una ad una in poche righe, che forse ci daranno la possibilità di comprendere meglio il complesso paradigma dell’Urbanismo Tattico. Ecco qui di seguito le critiche emerse nel corso delle mie chiacchierate pubbliche sul tema:

  • l’Urbanismo Tattico parla fin troppo di strade e troppo poco (quasi nulla) di piazze
  • l’Urbanismo Tattico non dice (o fa) nulla di più delle azioni proposte dall’Internazionale Situazionista
  • l’Urbanismo Tattico non cambia (quasi) nulla nella città, le questioni importanti sono altre, e tutte di competenza/responsabilità della pubblica amministrazione
  • di conseguenza, l’Urbanismo Tattico non ha pressoché alcuna forza politica
  • l’Urbanismo Tattico è ininfluente, l’urbanistica rimane l’unica soluzione per modificare permanentemente la città
  • l’Urbanismo Tattico non affronta il tema ambientale, eppure dovrebbe
  • il coinvolgimento dei cittadini in fase di coprogettazione è fallimentare: troppe istanze, troppo diverse
  • non è chiaro il collegamento tra progettista e comunità locale
  • non è chiaro il ruolo del progettista nell’Urbanismo Tattico

Senza perdere altro tempo, quindi, tiriamoci su le maniche e cominciamo dal primo punto:

L’URBANISMO TATTICO PARLA FIN TROPPO DI STRADE E TROPPO POCO (QUASI NULLA) DI PIAZZE

E’ vero che ad uno sguardo sommario sembra che l’Urbanismo Tattico non parli di piazze. Il medesimo sguardo (sommario) noterà infatti che solo l’azione pavement to plazas mira specificamente a trasformare ampie zone di asfalto dismesse in piazze, attraverso il colore e l’arredo urbano; al contrario, molte azioni sono invece dedicate alle strade (play street, open street, segnaletiche pedonali come Walk Your City, ecc…). Eppure, anche se la “piazza” in quanto elemento specifico dello spazio urbano non è centrale nelle strategie dell’Urbanismo Tattico, dobbiamo considerare che TUTTE le azioni dell’Urbanismo Tattico mirano a far funzionare TUTTI I TIPI DI SPAZIO URBANO come fossero delle piazze: frequentate da molte persone (e non da automobili), confortevoli, ricche di dettagli e di cose che accadono.

Da un punto di vista più teorico, credo poi che sia fuorviante interpretare le diverse declinazioni dello spazio pubblico urbano attraverso la categoria dell’agorà ateniese, che dovremmo finalmente riconoscere come un’esperienza così specifica nello spazio-tempo da accettare con molta obiettività di non poterla replicare (a meno che non si tratti di una sua ricostruzione storica). D’altro canto, poi, la piazza continua ad avere una memoria genetica legata alle rappresentazioni dei poteri (economico, politico e religioso) che spesso rende questo spazio urbano un luogo di rappresentanza forzata, lontano dal cittadino comune. Seguendo una storia urbana più recente, riteniamo quindi che il marciapiede abbia raccolto le sfide che, nel tempo, la piazza ha allontanato da sé: l’accessibilità, la dimensione quasi domestica, la conflittualità tra il pubblico e il privato, il carattere di interfaccia tra i due protagonisti della città contemporanea (il pedone e l’automobile), la disponibilità al cambiamento. Per chi desidera operare davvero un cambiamento capillare nell’uso dello spazio pubblico urbano, il marciapiede risulterà, forse, un elemento prezioso e insostituibile.

Infine, poiché l’obiettivo principale dell’Urbanismo Tattico è aiutare la costituzione di comunità locali proattive, inevitabilmente risulterà difficile delimitare e rappresentare un progetto di Urbanismo Tattico nello stesso modo in cui avviene per i progetti urbani tradizionali. Potrebbe essere, ad esempio, che intervenire su alcuni frammenti di spazio pubblico (strade, marciapiedi, isole spartitraffico, fronti commerciali dismessi) significhi far funzionare quel pezzo di isolato proprio come una piazza (come accade nell’azione Build a Better Block!).

L’URBANISMO TATTICO NON DICE (O FA) NULLA DI PIU’ DELLE AZIONI PROPOSTE DALL’INTERNAZIONALE SITUAZIONISTA

E’ un commento molto colto, che ci riporta a Guy Debord e agli anni tra il 1958 e il 1969, in Europa. La critica dell’Internazionale Situazionista, un movimento culturale, artistico e civile, volutamente ibrido e non catalogabile, era rivolta alla società civile. Una specifica lettura marxista delineava, infatti, la sua profonda disumanizzazione in nome della sola produzione. L’antidoto era l’imprevisto, la situazione che portava emozioni inattese e che riusciva a scardinare le rigide maglie di controllo imposte da un capitalismo uscito dalle fabbriche e che aveva (ha?) invaso tutta l’organizzazione civile, in primis le città e la distribuzione delle funzioni urbane. Alcuni di voi ricorderanno il collage Naked City di Guy Debord, a dimostrazione del funzionamento delle derive psicogeografiche, strumento di silenziosa ribellione contro la monofunzionalità urbana.

Quali sono i punti in comune con l’Urbanismo Tattico? Innanzitutto l’idea di attivismo, poi l’oggetto comune (la città come luogo e oggetto della disputa con le logiche imposte dal Capitale), infine l’aspirazione al collettivo. Quali sono le differenze, invece? In primis la matrice culturale di riferimento: la città capitalistica della seconda metà del Novecento è certamente molto simile a quella del XXI secolo, ma cambiano le infrastrutture (world wide web), cambiano i mezzi di produzione (il digitale introduce la personalizzazione di massa), cambiano le classi sociali (con una sostanziale polarizzazione tra ricchi e poveri), cambiano l’arte e le strategie eversive. Infine, a decidere il definitivo anacronismo dell’Internazionale Situazionista, è l’impossibilità di perdersi: non mi riferisco solamente alla pletora di mappe e applicazioni che ci accompagnano nei nostri dispositivi mobili, ma, soprattutto, al nostro perenne lasciare tracce digitali. In questo l’Urbanismo Tattico propone l’unica strategia davvero eversiva per il web: la condivisione open source delle esperienze fatte, delle conoscenze tecniche, delle fonti teoriche che alimentano, a scala planetaria, ogni singola esperienza. Dunque, mentre il Situazionismo mostrava di continuo il suo autodistruttivo atteggiamento èlitarista, l’Urbanismo Tattico dimostra che insieme è meglio.

L’URBANISMO TATTICO NON CAMBIA (QUASI) NULLA NELLA CITTA’, LE QUESTIONI IMPORTANTI SONO ALTRE, E TUTTE DI COMPETENZA/RESPONSABILITA’ DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Questa critica riassume alcuni pregiudizi che riguardano la forma e la pianificazione della città. Primo: siamo convinti che la città cambi solo quando agiamo su di essa costruendo o ristrutturandone alcuni brani. Purtroppo, nel bene e nel male, dobbiamo essere consapevoli che la città non è sotto il nostro completo controllo. La città cambia di continuo. Tuttavia, semplicemente, questi cambiamenti non sono sempre visibili. Ad esempio, se i negozi di una certa zona della città entrano in sofferenza a causa dell’apertura di un nuovo supermercato nelle vicinanze, inevitabilmente quella intera zona comincerà a degradare, fino all’inevitabile chiusura di quelle funzioni al piano terra che aiutano a qualificare lo spazio pubblico. Solo a quel punto ci accorgeremo che la città, in quel punto, è cambiata; ma, in realtà, il cambiamento è stato graduale, a partire dall’apertura del nuovo supermercato. Questo ci porta all’altro pregiudizio: le questioni importanti sono tutte di competenza della pubblica amministrazione. Come nel caso dei negozi di quartiere, soffocati dalla grande distribuzione o dall’e-commerce, dovremmo chiederci: è più importante l’apertura del nuovo supermercato o la chiusura di un piccolo negozio? Ad ogni azione corrispondono molte reazioni, in un contesto così denso come quello urbano, per cui la potenziale complessità dell’ecosistema urbano dovrebbe spingerci a ritenere ogni questione abbastanza importante da essere presa in seria considerazione. Inoltre l’abituale delega di competenza verso la pubblica amministrazione è un facile disimpegno dal nostro diritto/dovere di partecipare attivamente alla vita urbana. Anche nel caso di opere solitamente considerate (più) importanti (come la realizzazione di una nuova infrastruttura) il disinteresse da parte di comunità e comitati spontanei di cittadini attivi non fa che alimentare la convinzione che il governo della cosa pubblica sia un semplicistico gioco in cui la maggioranza comanda e la minoranza subisce, senza un reale diritto di replica.

L’URBANISMO TATTICO NON HA ALCUNA FORZA POLITICA

Scritta “Black Lives Matter” a Washington DC (fonte: CNN, 2020)

Sarebbe un errore considerare il nostro contesto nazionale come universale. Gli italiani raramente (di)mostrano il proprio disappunto nello spazio pubblico, con l’esclusione delle manifestazioni organizzate e con precisa identità politica. Diversamente fanno i francesi, che in molti casi (Nuit Debout i gilets jaunes) usano politicamente lo spazio pubblico, trasformandolo temporaneamente per mostrare e comunicare le proprie intenzioni (con accampamenti temporanei, assemblee, pitture). Anche gli Stati Uniti (patria dell’Urbanismo Tattico) usano lo spazio pubblico con finalità politiche come sfogo delle violenze accumulate nella società multietnica (penso alla nota scritta BLACK LIVES MATTER a Washington). Questo è Urbanismo Tattico, e di grande forza politica.

L’URBANISMO TATTICO E’ ININFLUENTE, L’URBANISTICA RIMANE L’UNICA SOLUZIONE PER MODIFICARE PERMANENTEMENTE LA CITTA’

Dovremmo chiederci quali modifiche alla città consideriamo permanenti? La permanenza è stata considerata per lungo tempo la radice stessa dell’esistenza della parte più preziosa della città: il suo centro storico. I centri storici italiani (e molti centri storici europei) hanno una qualità intrinseca che li distingue immediatamente dalle periferie. Tendiamo a pensare che la loro qualità dipenda in modo diretto dalle permanenze architettoniche che emergono dalla quota stradale. In realtà la peculiarità del centro storico dipende da un set di molti fattori, nei quali l’architettura e l’urbanistica hanno un ruolo di coprotagonisti. E’ l’insieme delle interazioni e dei processi comunitari ed economici che animano gli spazi urbani a sostenere il valore degli edifici che circondano quegli spazi. Nel centro storico, le interazioni, i processi e i residenti sono tendenzialmente più stabili, così come è stabile il valore commerciale dei suoi immobili. Comunità, spazio pubblico e spazi privati costituiscono un collettivo, spurio ma compatto.

Le modifiche della città avvengono dunque nelle periferie, dove l’interesse alla stabilità spesso si contrappone agli interessi del mercato, che ha imparato ad estrarre valore dai cambiamenti. Nulla di male in questo, a patto che questa estrazione di valore sia adeguatamente accompagnata da una ridistribuzione del valore estratto, e non per ragioni ideologiche o etiche, ma semplicemente per garantire maggiore stabilità al collettivo (che ha bisogno di vedere sostenute anche le sue altre componenti: la comunità e lo spazio pubblico). Il mercato ne guadagnerà in stabilità dei prezzi degli immobili, mentre la città otterrà un quartiere vivace e confortevole. E riusciremo a ottenere questi risultati se impareremo dai nostri centri storici la lezione più importante: spazi pubblici, spazi privati e comunità residenti si influenzano e si sostengono reciprocamente. Purtroppo le modifiche di parti di città sono fin troppo onerose (sia per il pubblico che per il privato) per poter sbagliare, ma spesso accade. Non sarebbe meglio lavorare il più possibile per ipotesi e per tentativi prima di attuare una modifica permanente? Non sarebbe auspicabile attingere all’intelligenza del luogo, racchiusa anche nei suoi residenti? Per queste ragioni posso essere d’accordo con la seconda parte dell’affermazione che dà il titolo al paragrafo: l’Urbanismo Tattico non può essere la soluzione diretta per una modifica permanente della città (anche se il lavoro «Luz nas Vielas» di Boa Mistura a San Paolo, in Brasile, potrebbe essere un’ottima eccezione). Ma credo anche che l’Urbanismo Tattico, se applicato correttamente, possa essere determinante nei processi (di studio e di preparazione) che conducono all’applicazione degli strumenti dell’urbanistica tradizionale.

L’URBANISMO TATTICO NON AFFRONTA IL TEMA AMBIENTALE, EPPURE DOVREBBE.

Mi sono reso conto che il concetto di ambiente è molto distorto e con geometrie e bordi alquanto variabili. In estrema sintesi: credo che questa critica intenda dire che in una ipotetica agenda dell’Urbanismo Tattico non sembrano comparire né la sostenibilità urbana, né azioni di sensibilizzazione nei confronti degli ecosistemi che vengono alterati o distrutti dall’urbanizzazione. Non penso infatti che si possa immaginare che l’Urbanismo Tattico, in quanto semplice set di prassi operative, possa divenire forza politica o istituzione pubblica. L’Urbanismo Tattico può però dar voce alle istanze più green delle comunità urbane, aumentando temporaneamente gli spazi verdi o quelli ciclopedonali. Può ostacolare temporaneamente la libera circolazione delle automobili per mostrare una città più silenziosa e a misura d’uomo. Ma, alla fine, sarà la pubblica amministrazione a doverne tenere conto nei propri regolamenti, nelle proprie norme e nelle proprie ordinanze sullo spazio pubblico urbano.

LA DELICATA FACCENDA DELLA COPROGETTAZIONE E DEL RUOLO DEL PROGETTISTA.

Raggruppo così l’ultima serie di critiche, che evidenziano, da tre punti di vista, la difficoltà a comprendere il processo progettuale circolare tipico dell’Urbanismo Tattico.

  • 1. PROBLEMA: LA GESTIONE DELLA COMPLESSITA’ (il coinvolgimento dei cittadini in fase di coprogettazione è fallimentare: troppe istanze, troppo diverse)
  • 2. PROBLEMA: DAL DIRITTO DI PAROLA ALL’ASCOLTO PROATTIVO (non è chiaro il collegamento tra progettista e comunità locale)
  • 3. PROBLEMA: LA GESTIONE DI UN PROCESSO CIRCOLARE E RICORSIVO (non è chiaro il ruolo del progettista nell’Urbanismo Tattico

I tre problemi riguardano tutti il delicatissimo passaggio da un processo di progettazione lineare, capace di risolvere solo i problemi posti nelle fasi preliminari alla progettazione, ad un processo di progettazione iterativa e dunque circolare, in grado di accogliere istanze, domande, critiche e preoccupazioni per ogni iterazione, e, grazie a questa circolarità, capace di perfezionare il progetto iniziale. 

Una progettazione iterativa dà al progetto un ruolo diverso, nel processo di costruzione dello spazio urbano. Il progetto non dovrà più essere solo normativo e definire completamente sia lo spazio (con le forme) che il tempo (con le azioni e i processi). Esso potrà essere una cornice paradigmatica che andrà via via a definirsi, interazione dopo interazione. Gli obbiettivi del progetto potranno essere modificati, mentre la sua vision (il suo obbiettivo principale e più ambizioso) potrà essere il vaglio e la guida tra le varie iterazioni. Questo permette al progetto di darsi una vision molto ambiziosa, nella certezza che, iterazione dopo iterazione, si troveranno i modi per realizzarla.

L’impiego di energie che solitamente viene dedicato al progetto normativo può essere applicato in fase d’opera nel progetto iterativo, commisurando le risorse in base alla loro disponibilità, senza dover limitare a priori la propria vision in base ad esse. Quante volte ci è capitato di rinunciare ad un progetto perché non c’erano risorse disponibili?

Qual è il ruolo del progettista in questo processo iterativo? Non è certo il deus ex machina a cui ci hanno abituato gli eroi del Moderno, con diritto di parola su tutto (come l’architetto Henry van de Velde, che era arrivato a disegnare le vestaglie che la moglie doveva indossare in casa). Ma non si tratta nemmeno di un ruolo secondario, poiché interviene non solo nel momento del design ma anche in quello di sostegno e catalizzatore di immaginazione. Senza immaginazione, infatti, sarebbe impossibile trovare soluzioni alternative a problemi per i quali le vecchie soluzioni non hanno mai costituito un vero rimedio. Per questo, nel piccolo diagramma che vi ho riportato (preso direttamente dal primo volume di Tactical Urbanism di Garcia e Lydon), compaiono così alcuni nuovi momenti nel progetto iterativo: quello dell’imparare (learn) e quello delle idee, di cui abbiamo sempre più bisogno.