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Nella regole della composizione si nidificano un certo modo di vedere il mondo e i modi ‘belli’ per contribuire alla sua creazione. La composizione è dunque una specie di manuale che contiene le regole per giustificare attraverso il Bello l’intrusione antropocentrica nella processualità creatrice della Natura.

Nelle regole della composizione (e nella loro evoluzione dal ‘500 ad oggi) si nasconderebbe dunque il divino, poiché è tradizione che il Bello ne sia diretta emanazione. Ma al contempo in quelle stesse regole si nasconde una sequenza complementare di ‘giustificazione universale’ dell’antropocentrismo, mediante la quale il soggetto codifica il suo specifico ruolo di creatore ex-nihilo.
Ho cercato di riassumere alcuni momenti fondamentali di come il soggetto ha affrontato la questione del rapporto con il Nulla e il Mondo, tra scoperte, assenze, visibilità e invisibilità. Perché l’odierna cultura dell’immagine è un fatto con cui non ci confrontiamo spesso dall’esterno, preoccupati di più da quello che vediamo piuttosto che dal come ci viene mostrato. Il completamento ideale di questo post dovrebbe essere infatti una riflessione sui modi in cui il visivo viene utilizzato dal Potere per nascondere nuove prigionie per il soggetto (ma poi mi dite che devo smettere di rileggere i filosofi francesi).

La prima fase della sequenza è quella della Presenza, in cui il mondo è ancora ben presente, tangibile, e l’immaginazione è ritenuta un campo pericoloso, poiché allontana dalla verità del mondo. Coincide abbastanza bene con il mondo classico precedente al VII sec. a.C., ovvero prima dell’invenzione dell’alfabeto (cioè quel magico insieme di consonanti fenice con le vocali greche). La tangibilità è determinante, la visione e l’ascolto sono ingannevoli, le idee sono quasi irraggiungibili, a meno di indagare con accuratezza la metafisica, intesa come il manuale dei manuali, la ragione vera del mondo.

La seconda fase è quella dell’Assenza. E’ la controparte della Presenza, una condizione necessaria nascosta nella Presenza, ovvero l’emergere del mostruoso come indagine del possibile. L’horror vacui dell’Assenza è quindi il Dionisiaco rispetto all’ordine dell’Apollineo (e Nietsche lo intuì quando eccelleva nei suoi studi di filologia classica, segnando tutta la sua successiva produzione intellettuale). L’horror vacui non implica solamente una fuoriuscita dal sentiero fissato dal divino e dal suo ordine metafisico sul mondo, ma anche un errore di comunicazione tra i soggetti, tra l’IO e l’ALTRO. Si ritiene, in questa fase, che l’ordine e la verità siano preferibili all’immaginazione creativa del singolo.

L’invenzione dell’Alfabeto (nel VII a.C.) segna la possibilità di descrivere l’oggetto anche in sua assenza. Inoltre l’assenza stessa si dimostra il luogo mentale più adatto all’immaginazione del possibile. Con l’Alfabeto si apre la straordinaria stagione della Modernità come luogo del progetto, poiché se è possibile descrivere l’assenza presente allora lo strumento del linguaggio può essere utilizzato anche per descrivere il possibile futuro. Come ho detto altrove il linguaggio costituisce un medium straordinario (primo nel suo genere nella storia umana) che per propria conformazione interna è già indirizzato verso l’autoreferenzialità, ovvero a sostituire il mondo in termini di forza espressiva. Questo accade quando il linguaggio non sarà più piegato alle ragioni della comunicazione, ma (in un gran transito che va dalla Rivoluzione Francese alla piena Postmodernità) costituirà la leva principale per scardinare il mondo e spingerlo verso un’alterità tutta da scoprire.

Nel frattempo l’arte (fotografia e cinema in primis) introducono un’ulteriore variabile culturale, ovvero l’immagine e l’immagine-movimento. Il soggetto scopre che i modi di vedere il mondo possono portare ad altri mondi, e che la realtà è densa di significati spesso occultati (e non assenti, sia chiaro). Scrive Deleuze che ‘(nel Neorealismo italiano) il reale non era più rappresentato o riprodotto, ma mirato. Invece di rappresentare un reale già decifrato, il neorealismo mirava ad un reale da decifrare, sempre ambiguo (…). Il neorealismo produceva un di più di realtà, formale o materiale’ (da L’immagine Tempo). Nella comunicazione visiva emergono con forza almeno due novità rispetto al medium linguistico:
– la rappresentazione riproduce un contempo, e il soggetto da spettatore diviene partecipe, con una nuova identità fittizia, trascinato in una vertigine di alterità
– attraverso il visivo il soggetto vede essenzialmente se stesso, poiché la sua stessa identità non è altro che una configurazione di immagini (naturalmente abbiamo in mente il Gran Verre). Il mondo perde il suo statuto di fondamento, senza sostituto. Anzi, la sostituzione diviene la regola.

L’ultima fase di questa breve sequenza di passaggio al visivo è la condivisione simultanea. Viene superato il contempo del visivo, poiché non è più necessario un tempo. Anzi, il mondo, dal punto di vista filosofico, non costituisce più un tema: esso esiste e diviene pura questione di sopravvivenza, passando dalla filosofia all’ecologia. Lo stesso soggetto (un tempo contrapposto ma partecipe al mondo) viene a perdere di consistenza filosofica, poiché esso non è più interessato ad alcuna azione sul mondo. Dunque gli strumenti, avendo perduto il loro statuto di necessità mediale (erano fatti per un soggetto che doveva agire sul mondo, ma tutti e tre i termini sono depotenziati), vengono creati con la propria funzione specifica, per quanto effimera e puntuale. Non esistono funzioni universali (come accadeva al martello/osso/ascia di 2001 Odissea nello Spazio), ma funzioni effimere con strumenti effimeri. E il soggetto sembra essere ridotto al ruolo di mera connessione tra le funzioni effimere, obbligato ad aggiornamenti continui. Naturalmente la questione più interessante è: la condivisione simultanea di contenuti è ancora comunicazione? Perché se fosse saltata ogni comunicazione come rapporto tra soggetti (rapporto in cui l’errore di trasmissione era determinante per poter analizzare metalinguisticamente la comunicazione stessa) allora potrebbe essere saltato anche quell’altrove che permetteva (nel linguistico) di modificare dall’esterno le regole del linguaggio stesso. Forse oggi, nel simultaneo, questa capacità (tutta umana) di operare in modo metasistemico è fortemente indebolita, forse addirittura scomparsa.