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Memorial 911, NYC – particolare (E.Lain 2013)

Il rifiuto è un tema-ombrello attualissimo, alla stregua dell’attributo smart-. Penso che esso sia probabilmente il concetto che raccoglie con più efficacia le numerose istanze attorno alla dualità principale della città contemporanea, ovvero la coppia pubblico/privato.
Questa dualità (differente da quella città/campagna della città del Novecento scorso) è il centro della smart city, o di quella che più in generale (e in un gergo meno tecnicistico) è la nuova urbanità, su cui molti (me compreso) stanno raccogliendo istanze, riflessioni, commenti.
Nel rifiuto vengono condensati significati, prassi, ma anche dinamiche urbane e sociali. Il rifiuto è il prodotto principale della mancanza di fiducia di cui parlava Giddens, prima ancora di essere il risultato di un’economia sociale volta a generare consumatori piuttosto che produttori. Il rifiuto è un non-oggetto, se consideriamo la funzione come caratteristica comune a oggetti e strumenti. E’ l’impronta antropologica sul pianeta. Per estensione esso accomuna i paradigmi che hanno tentato di sistematizzare (e semplificare con metafore) la città, dalla città-macchina-fabbrica alla città-organismo-tessuto, ma rappresenta bene anche l’emergere di una soggettività-liquida senza localizzazione o radicamento, che rifiuta il legame sociale come premessa della propria identità. Causa o conseguenza dei nonluoghi forse non ci sarà dato di saperlo mai con certezza: rimane un generale senso di transito tra un qualcosa che valeva nel XX secolo e un qualcosa che vale nel XXI secolo.
Grazie ai recenti business legati al riciclo dei rifiuti, si è perfino giunti ad una rivalutazione positiva del rifiuto e dei paradigmi che in esso sono concettualmente confluiti.
Ed ecco che il rifiuto è divenuto materia virtuosa, propriamente smart poiché innovativa rispetto ai paradigmi dell’economia urbana novecentesca.
Forse un nuovo tipo di materialità porterà anche ad un nuovo tipo di carattere architettonico? Non lo sappiamo ancora, ma di certo nei tagli all’urbanità (economici, sociali, politici, ma anche morfologici e insediativi) si è ravvisata un’evidenza culturale: anche l’architettura può divenire rifiuto.
A Buffalo hanno demolito edifici di F.L. Wright, con buona pace di chi continua a sostenere che esista un valore assoluto nel patrimonio storico-architettonico, che prescinde dalle correlazioni d’uso o sociali. Si tratta semplicemente di un alibi culturale, che dovremo (noi italiani, soprattutto) superare, elaborandone il lutto. Il valore è un dato relativo, o appartiene ad un ciclo attivo o è puramente convenzionale (dunque una voce negativa di bilancio). E l’architettura (realizzata) è sottoposta a tempi di obsolescenza sempre più ristretti, poiché (a volte anche per sole ragioni di costo) si realizzano edifici su misura, con programmi funzionali specifici, a scarsissima resilienza urbana.
Cosa accade poi per l’architettura da realizzare? Alcuni pretendono di scorgere una pericolosa connivenza tra architettura e industrial design (che noi chiamiamo, un po’ cafonamente, design), ravvisando il rischio di una prevalenza della forma sul carattere degli edifici. In termini comuni: un tempo l’edificio aveva un involucro esterno in pietra, con una composizione ordinata, e questo carattere permetteva all’edificio di affacciarsi al convivio dell’urbanità (come un frac in una sera all’Opera). Nessuno andrebbe all’Opera in jeans o con una maglietta da geek (in cui una Morte Nera mangia come pac-man i pianeti, ad esempio). Ed ecco perché non sembra consono che un edificio rinunci alle sue stereometrie e si presenti come un gigantesco qualcosa di forma seducente, possibilmente bianco come un iPhone.
Anche in questo caso si tratta di rifiuti incrociati. Gli architetti in frac rifiutano il fatto che l’edificio debba evidenziarsi rispetto alla città. Per loro va bene che tutti abbiano il frac, nero, come le macchine di Ford (potete scegliere una macchina di qualsiasi colore, purché sia nero, pare dicesse proprio Ford, che possiamo considerare come uno dei maggiori urbanisti della città-macchina novecentesca). La ripetizione è comprensibilità, il linguaggio e la medio, uniformato e inserito in un ordine complessivo, in cui il produttivo, il riproduttivo e il privato si accordano nel pubblico.
In questo modo l’urbanità risultante e la stessa comunicazione dell’opera d’architettura vengono massimamente compresi dai cittadini: ecco il fondamento di questo paradigma, che potremmo ravvisare come filo rosso dalla classicità al Novecento. Secondo questo modo di vedere le cose è l’architettura il vero soggetto, poiché essa approfitta della resilienza dei cittadini per imporre il proprio ordine, Naturalmente, in cambio, l’architettura novecentesca rimanda ad una universalità surrogata: essa propone classicamente di abbandonare le contingenze spaziali e temporali per affrancarsi dalle obsolescenze materiche e compositive. La creazione di un consenso a partire dall’universalità nasconde però un ulteriore rifiuto: si nega che l’opera di architettura possa essere temporale e rappresentativa di una volontà collettiva.
Ma cosa accade quando questi presupposti (e sono davvero molti, credetemi!) non corrispondono semplicemente più all’urbanità emergente?
Perché, da Ford in poi, ne sono successe di cose: guerre, crisi mondiali, mondializzazione, globalizzazione, new economy, ad esempio. E’ quindi tutto ancora uguale a prima? Dove avete messo il frac? Perché vi ostinate a dire che il paradigma classico non possa essere più adottato con successo, come un principio universalizzante? Siamo davvero certi che non si tratti di un banale disaccordo estetico, per il quale, oggi, i cittadini sono più avvezzi ad esprimere i propri giudizi sull’architettura?
Ecco, a mio modesto parere accade che non sappiamo più con esattezza se siamo all’Opera o ad un concerto della Filarmonica a Central Park (in cui si fa generalmente un grande pic-nic collettivo), ma sappiamo che è proprio in questo indifferenziato che sta la non-forma del paradigma culturale contemporaneo. Non è certo una questione di disaccordo sulla bellezza, ma un ragionevole dubbio sull’efficacia del paradigma classico per la città contemporanea (in cui non ci sono né foreste né divinità).

(E. Lain 2013)

Fuor di metafora: l’opera di architettura ha l’obbligo di confrontarsi con un’umanità (di cui è espressione attiva, in tutti i sensi); al cambiare dell’umanità cambia l’architettura, come per il linguaggio (scriviamo continuamente nuovi dizionari, ma Vitruvio e i suoi libri sono ormai giunti al centinaio di riedizioni).
La forma e il carattere subiscono per prime questo cambiamento, certamente non in modo univoco. Se prima l’architettura poteva (come ogni linguaggio) appoggiarsi su un principio di valore-verità universale (ripeto: tutti andrebbero ad una prima all’Opera in frac, giusto?), oggi si trova nell’ambito dell’indistinguibile. Cos’è architettura? Ecco la domanda che sta mettendo in crisi, a mio parere, la stessa disciplina architettonica (italiana, per lo meno). Per raccontare ai suoi utenti che quello era un device innovativo, il defunto Jobs non lesinò in marketing e ricerca (ecco perché non usiamo iPhone di bachelite). Occorreva distinguersi nella marea di prodotti-rifiuti della produzione culturale e oggettuale.
Così viene imposto all’architettura. Non credo quindi che sia una banale questione di esplosione dell’ego delle starchitects, e solo limitare la critica a questo meriterebbe una scomunica accademica. Se tutto diventerà città dovremo abituarci a opere d’architettura sempre più effimere e sempre più tese a spuntarla nell’orizzonte della vertigine urbana. Naturalmente ciò non implica un giudizio estetico personale. Penso che però sia d’obbligo chiarirsi un po’ le idee, al di là di ogni rifiuto nei confronti di paradigmi in cui, nostro malgrado, siamo immersi fino al collo.
L’ascetismo non è specificamente richiesto, a meno di vuoti inaccessibili e inaffrontabili.