Abbiamo tentato di descrivere un panorama di dinamicità territoriale quando abbiamo parlato degli innovatori (non solo i makers, sia chiaro, ma quel mix di cultura di impresa e conoscenza che ribolle nella vecchia Europa e pure nella patria della manifattura mondiale di qualità, ovvero la nostra Italia).
Abbiamo dichiaratamente lanciato un warning alla società civile perché non consideri questo straordinario mix come semplice ricostituente di paradigmi sclerotici e sclerotizzanti.
Se adottassimo per un istante la metafora del giardiniere contemporaneo potremmo definire la situazione attuale come segue: esiste un paesaggio territoriale che è quanto resta dopo un lungo processo di specializzazione fordista e post-fordista del mondo; il terzo paesaggio è dunque non-agricolo-intensivo, non-industriale, non-residenziale, non-commerciale.
E’ ciò che resta dopo la parcellizzazione del pianeta ad opera degli stati nazionali e delle economie (e degli ibridi nati dai rapporti incestuosi tra i due!).
Rimaniamo nella metafora. Il terzo paesaggio è dunque deserto? Se considerassimo il territorio solo in base alla sua produttività (o la sua rendita) allora commetteremmo l’errore di considerare il terzo paesaggio come inutile e dunque come un rifiuto del processo di specializzazione territoriale. Eppure lì accade qualcosa! Esistono ancora processi in corso, non certo previsti, autoctoni, con uno scopo ben preciso: ricondurre la propria ragione d’essere (e di esistere) a se stessi, senza cercare un’appartenenza (o una produttività) in un sistema di senso globale esterno.
E’ un principio di esistenza non-filosofico ma fortemente biologico.
Si tratterebbe di piante pioniere, forti, determinate, libere di agire con i propri strumenti per affermare la propria esistenza.
Questa è la premessa del giardino planetario. Considerando che la superficie urbanizzata occupa il 2% della superficie del pianeta, il giardino planetario non può più essere considerato residuale.
Le città, infatti, continuano a pensarsi come un punto privilegiato da cui leggere-osservare-interpretare il resto del pianeta. In Italia questa particolare deviazione è storicamente radicata nel non aver mai superato l’organizzazione signorile del territorio (nel bene e nel male, e per diverse ragioni). Le città sono punti di osservazione in cui la civiltà si rinchiude inconsapevolmente per guardare il mondo attorno a sé.
Da questo punto di vista il libro che E.J. Pilia e A. Melis stanno proponendo per Deleyva editore (Lezioni dalla Fine del Mondo) dimostra l’attualità dell’inattuale (che in questo caso è un mondo di zombie). Ma mette in chiaro come (dal punto di vista culturale) noi non siamo mai usciti dalle città e quindi (con poche eccezioni) non abbiamo ancora imparato a vedere le città dal di fuori!
Se fossimo nel paesaggio residuale ci capiterebbe di vedere le crepe nei muri, i tetti spanciati, i giardini incolti, le strade sporche e deserte.
Se fossimo nel paesaggio residuale ci sentiremmo forse piante pioniere e non residenti in attesa. Passeremmo dalla residenza alla resilienza.
Ma allora (concedetemi ancora per un attimo di rimanere in metafora) chi è il giardiniere in grado di agevolare le dinamiche orizzontali tra piante pioniere, di garantire il ribollire della bio-diversità, il consolidarsi di comunità autoctone, l’intrecciarsi di radicamenti, di gestire gli inevitabili conflitti? Questo Giardiniere (che merita la maiuscola) avrebbe due grandi obiettivi: garantire la vitalità del sistema e gestirlo con il minimo di manutenzione possibile.
Fuor di metafora (poiché noi, gli innovatori, i makers, non siamo piante, anche se siamo pionieri per necessità): quali sono i limiti dell’auto organizzazione?
Esiste un termine specifico per descrivere questo corpus teorico e progettuale: sussidiarietà.
Il principio di sussidiarietà stabilisce che le attività amministrative vengono svolte dall’entità territoriale amministrativa più vicina ai cittadini (i comuni), ma esse possono essere esercitate dai livelli amministrativi territoriali superiori (Regioni, Province, Città metropolitane, Stato) solo se questi possono rendere il servizio in maniera più efficace ed efficiente.
Si parla di sussidiarietà verticale quando i bisogni dei cittadini sono soddisfatti dall’azione degli enti amministrativi pubblici, e di sussidiarietà orizzontale quando tali bisogni sono soddisfatti dai cittadini stessi, magari in forma associata eo volontaristica.
Tale principio implica che:
- le diverse istituzioni, nazionali come sovranazionali, debbano tendere a creare le condizioni che permettono alla persona e alle aggregazioni sociali (i cosiddetti corpi intermedi: famiglia, associazioni, partiti) di agire liberamente senza sostituirsi ad essi nello svolgimento delle loro attività: un’entità di livello superiore non deve agire in situazioni nelle quali l’entità di livello inferiore (e, da ultimo, il cittadino) è in grado di agire per proprio conto;
- l’intervento dell’entità di livello superiore debba essere temporaneo e teso a restituire l’autonomia d’azione all’entità di livello inferiore;
- l’intervento pubblico sia attuato quanto più vicino possibile al cittadino: prossimità del livello decisionale a quello di attuazione.
- esistono tuttavia un nucleo di funzioni inderogabili che i poteri pubblici non possono alienare (coordinamento, controllo, garanzia dei livelli minimi di diritti sociali, equità, ecc).
Il principio di sussidiarietà può quindi essere visto sotto un duplice aspetto:
- in senso verticale: la ripartizione gerarchica delle competenze deve essere spostata verso gli enti più prossimi al cittadino e, pertanto, più vicini ai bisogni del territorio;
- in senso orizzontale: il cittadino, sia come singolo che attraverso i corpi intermedi, deve avere la possibilità di cooperare con le istituzioni nel definire gli interventi che incidano sulle realtà sociali a lui più prossime.
Questa prossimità traduce in modo più convenzionale quello che dicevamo prima: fuori dalla pretestuosa sicurezza della città si è prossimi al territorio, alle sue dinamiche più intime e attive.








