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scena dal film Star Trek, di J.J. Abrams (da trekmovie.com)
Mi è capitato di ritrovare di recente un testo di Marcuse, Eros e Civiltà. L’ho acquistato per 3€ in versione book-book (tanto per citare l’IKEA e la sua recentissima pubblicità), con tanto di pagine ingiallite (gratis).
Il flusso estivo mi ha portato a quest’ultimo testo, dopo L’Architettura della Sopravvivenza di Friedman e Sorvegliare e Punire di Foucault. Li rileggo, senza mai finirli, perdendomi nelle loro profondità. Ma per la prima volta mi sono reso conto che tutti scrivevano in merito alla possibilità stessa di ripensare il mondo dopo una lunga sbronza millenaria, in cui ci siamo illusi di essere dominatori del pianeta (e di essere, per questo, liberi), mentre di fatto gli strumenti stessi del dominio altro non erano che gabbie (di ogni tipo: concettuali, disciplinari, psicologiche, ecc…) che ci hanno reso prigionieri più o meno consapevoli. 
Ovviamente è più facile sentirsi liberi nel comfort di una cella virtualmente invisibile, piuttosto che immersi nella solitudine dell’esploratore affaticato, in transito per territori sconosciuti e pericolosi.
Innumerevoli pellicole cinematografiche hanno rappresentato questa dualità, ancora debitrice di quella visione paranoide del segreto nascosto dalla società dello spettacolo debordiano. Ogni paranoia ha tuttavia (anche nella fiction) un punto fermo: qualcuno da qualche parte è consapevole della verità e della realtà conseguente.
Come ci ha insegnato Platone più di 2000 anni or sono occorre svelare il segreto, perché la sua esistenza è fuori discussione. Chiamatelo iperuranio, metafisica, principio di realtà, essere, ma siate certi che esiste. E’ la base di tutto il nostro Occidente, del suo intrinseco miscuglio di religione, filosofia, tecniche, politiche. Il dominio del pianeta è infatti possibile poiché da qualche parte esiste un principio di ordine e verità, che si rispecchia nel mondo grazie ad alcune figure-chiave. 
Ogni livello sociale e civile, in ogni tempo, aspira a queste figure chiave, in primis cognitive (che conoscono il segreto dell’ordine universale) e poi autoritarie/demiurgiche (che operano per trasferire/realizzare quest’ordine nel mondo). Nel mezzo troviamo le tecniche e le discipline.
In Matrix (per estrema ironia?) il ruolo del demiurgo è stato affidato ad una Intelligenza Artificiale nominata Architetto. Ma l’ordine imposto al mondo degli umani non aveva funzionato, al punto di dover ristabilire la mistica del segreto (e dunque la possibilità, per gli uomini, di riappropriarsi del dominio del sistema, anche se tale disponibilità era solo illusoria). Fondamentale non era tanto la creazione di un nuovo ordine, quanto garantire l’esistenza di quella classe demiurgica in grado di assicurare agli uomini l’illusione di potere, anche se per delega. Senza la figura di Cristo, del poeta, del genio non potrebbe esistere la storia: essa è IL racconto di un’umanità in corsa per il dominio.
Altre pellicole (Strange Days e Cosmopolis) mostrano invece un’altra interpretazione del nostro rapporto con la realtà e la segretezza della verità: non ci è rimasto più alcun demiurgo in cui avere fiducia, non esiste più una storia, ma infinite storie. La metafisica è evaporata, e ci accorgiamo che l’ordine universale era esso stesso un’illusione, elaborata (e rimossa) per dare una direzione alla cultura e alla civiltà. In Cosmopolis il protagonista è quasi costretto a compiere atti di libero (ed efferato) arbitrio per non perdere la propria identità di soggetto. Ecco cosa accade quanto ci accorgiamo che allo svelamento non segue alcuna verità
Il rafforzamento (in queste ultime due decadi) del ruolo demiurgico dell’architetto (e parlo dell’invenzione dello starchitect) va forse letto in questa prospettiva: le archistar sono l’ultimo baluardo della modernità e della sua logica di dominio demiurgico del mondo. Le architetture ideate da questa classe demiurgica sono formalmente specifiche, pietre miliari non solo del proprio tempo, ma di una metatemporalità sospesa. In altre parole tentano di ricostruire quella metafisica evaporata, di essere come aleph di tutti i tempi futuri possibili. Esse raddensano il possibile, lo accumulano, in alcuni casi lo divorano, per farne principio di esistenza. Sono così immaginifiche da spingere gli uomini a smettere di immaginare altre forme di futuro. Le tecniche che le rendono possibili sono intrise di aura magica per ricostruire l’illusione di un ordine metafisico. 
Il loro intrinseco punto debole è l’eccesso di visibilità. Le metafisiche sono più potenti, infatti, se sono invisibili, se hanno abbandonato l’uomo con la giusta distanza del desiderio di ricerca. Eppure queste opere di architettura devono, simultaneamente, mostrarsi, moltiplicarsi nelle rappresentazioni, abbracciare gli strumenti della comunicazione più disparati (dalla metafora al render) per ricostruire i simboli del dominio tecnico del mondo. Per questo l’architettura contemporanea è così affaticata, ipernarrativa, semanticamente esuberante, formalmente complessa: in essa materia (costruttiva e tecnica) e anti-materia (metafisica) si scontrano, facendo collassare la struttura stessa della storia e critica dell’architettura.
Se leggiamo (alla luce di queste generalissime considerazioni collaterali) il recentissimo video in cui B. Ingels descrive l’architettura come principale tool di (ri)costruzione del mondo (world craft), potremmo pure sorridere, sornioni, per la placida arroganza dell’architetto danese (il più mediatico del pianeta, col suo BIG). Ma ritengo che Ingels sia strategicamente sensibile al mondo (come è stato, tempo fa, Le Corbusier, o, fino a ieri, Rem Koolhaas), e abbia intuito che noi non abbiamo più gli strumenti per accettare la fine delle metafisiche del mondo. Se Koolhaas ci raccontava la cruda realtà con un cinismo iconoclasta anni ’80, Ingels ci dice che l’architettura può ancora molto (forse tutto), per realizzare i sogni pan-mondiali della fantascienza demagogica anni ’60 (quella di Star Trek di Roddenberry, per intenderci).
Ma in quel caso tutto cominciava dopo la guerra atomica e solo dopo aver appreso dell’esistenza di altre razze nella galassia. Quello che manca a BIG è quindi una pacifica invasione aliena.