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Continuo ad annotare in questi post alcuni materiali per ‘Città (più) intelligenti e Cittadinanza attiva – cambiare il modo di cambiare”, un mio piccolo contributo al 1° Meeting Didattica Amica a Padova.

Come sottolineavo negli altri post, questo è un lavoro in fase d’opera, per cui siate cortesemente pazienti.

Nel post Collettivo#02 ho incluso urbanità, funzioni, reti e norme; si tratta di un collettivo fragile, a cui competeva la convocazione, all’interno di piani e norme, di fatti sociali, cittadini, politiche, economie e nature. Ma questo Collettivo ha bisogno di un ulteriore compendio civico, che qui di seguito cercheremo di descrivere.

Ecco, procedendo volutamente a ritroso (dunque partendo dall’architettura come fatto, appartenente al Collettivo#01) siamo così giunti al core dell’urbanità, così come ce l’aveva descritta Lefebvre. Il nostro è stato un percorso che ha cercato di aprire la scatola nera del fatto urbano (così l’ha chiamato, con pretestuoso realismo, un corposo corpo sociale di critici-accademici-storici italiani), inteso come manufatto spazio-temporale positivo. Abbiamo cercato di trascinare l’architettura fuori dal suo confortevole sistema di valori storico-morfologici consolidati da 50 anni di tradizione critica d’architettura. All’architettura razionale competevano solo alcune semantiche e alcune forme, che limitavano la capacità mediale dell’architettura stessa come materia civica.

Ci siamo accorti che l’architettura poteva quindi dire molto di più, se avesse avuto parola, al pari degli altri fatti scientifici. Poteva anche usare grammatiche e sintassi sbagliate, incomplete o eccessive, come accade a tutti gli attori che sono corpo senza mente, o mente senza corpo, o intelletto senza istinto, o burocrati senza creatività, o lingue senza orecchie…
E il nostro percorso ci ha condotti molto più in là dell’ontologia dell’architettura. Siamo arrivati a ritrovare nelle civiche il contesto dimenticato dalle critiche e dai linguaggi moderni, siamo arrivati a riscoprire il ruolo educativo della città e dei suoi fatti urbani. Intendiamo qui educazione nel suo senso più maieutico: la città attiva e potenzia soprattutto qualità inespresse del cittadino, il suo saper, saper fare e saper essere. Solo riuscendo a delineare fino in fondo questo network tra cittadini e città, superando le staticità dell’intelligere, l’alfabetizzazione degli spazi e tutti gli altri meccanismi di chiusura delle “scatole nere”. Dobbiamo capire, superando la staticità di ogni autoreferenzialità critica.

COLLETTIVO#03
Da architetto e pianificatore, subisco una certa confusione ontologica di fronte alla realtà. Essendo (etimologicamente) l’archi-tettura legata a doppio filo con l’origine, non si è mai riusciti a capire se essa (l’architettura) la crei oppure la legga/interpreti. Questa confusione deriva, probabilmente, più da una mancanza che da arroganza culturale: ci è venuto a mancare (dal postmoderno in poi) la terra sotto i piedi, al punto che abbiamo trasformato l’estetica in realtà, il linguaggio in pensiero e la tecnica in (una) metafisica del progresso.

Subiamo dunque, per lo meno nel nostro comune senso estetico, gli stilemi (e i paradigmi) romantici e illuministici, al contempo. Come ciò sia possibile ho cercato di delinearlo nel post precedenti, rubando a piene mani da Latour l’analisi impietosa del nostro tempo e dei suoi conflitti antropologici, culturali e sociali. Quanto mi preme sottolineare, qui, è che, se analizziamo senza vezzi e paraocchi idealtipici le contraddizioni delle politiche, delle discipline e delle estetiche, troveremo senza eccessiva difficoltà innumerevoli analogie e sintomi del divide, impera et oblìa a cui ci hanno predisposti.
La stessa “caccia al colpevole” (tradimento spesso operato dalla critica a mistificazione dell’utilità progettuale dell’indagine) è un utile stratagemma di distrazione (anche di certa intellighenzia, forse smarrita nei ricorsi delle proprie discipline), ma senza un deus ex machina. E’ il paradigma moderno stesso che produce indagini poliziesche piuttosto che filosofiche, è da ricondurre alla nostra incrollabile fede nel genio  (e nel capitano d’industria, oppure nel leader politico, o nel tecnico di paese) come massimi esponenti di una cultura unitaria (che in realtà unitaria non è), le ragioni per cui costruiamo artificiosamente anche un capro espiatorio dei processi. In altre parole, se c’è un leader illuminato che fa progredire un Paese, dovrà pure esisterne l’antitesi, ovvero un diavolo che distrae, creando false notizie, false piste, falso progresso. Il capro espiatorio (parafulmine delle politiche) e il genio (finto eroe delle nature) garantiscono, ciascuno per propria competenza, la verità dell’ignoranza e la bontà dell’immobilismo degli umani mediocri, ovvero di coloro che (si) occupano la posizione intermedia. Non solo capro espiatorio e genio non possono essere garanti dei processi, ma impediscono (involontariamente) l’inclusione (e gli appelli) del collettivo stesso.

Come faremo a riordinare questo groviglio senza trasformarci, ogni volta, in poliziotti epistemologici, pronti a garantire le gerarchie a scapito dell’inclusione? Come faremo a smettere di distrarre noi stessi dalla presa di coscienza del fatto che i paradigmi di derivazione moderna sono ormai quasi del tutto sgretolati? Dalla produzione e accumulo capitale, alle previsioni economiche e finanziarie, alla gestione delle politiche e degli stati, alla costituzione di federazioni internazionali, fino ai processi educativi: le nostre tradizionali certezze si stanno sgretolando davanti ai nostri occhi. Ma occorre fare attenzione, perché non si tratta di una deflagrazione di valori o di fatti, quanto di un loro moltiplicarsi, esponenziale. Se ascoltiamo Foucault, allora quella che noi credevamo essere comprensione del mondo era in realtà la messa in disciplina del molteplice e delle sue differenze. Pensavamo che mettere in ordine significasse capire, mentre in realtà stavamo costruendo un bordo pericolosissimo, un confine cintato, che escludeva i processi (e i cambiamenti) impedendo loro di poter fare appello. Abbiamo così trasformato i nostri interni (i contenuti delle discipline, gli Stati, le Città, le Case e le Scuole) in fortezze per l’intelligenza. E queste fortezze si sono trasformate in prigioni, incapaci di pensare al cambiamento per paura di un’implosione delle proprie ontologie. Non è forse questo l’impensabile? Trovarsi di fronte ad un confine che non separa solamente territori, ma anche principi, valori, lettura dei fatti. Pensavamo che questi bordi proteggessero le identità (unica parola plurale che il moderno accetta, a quanto pare, visto che, di fatto, significa differenza). Le differenze (anche tra ontologie) al di qua e al di là dei bordi sono l’ultima e più esplicita rappresentazione delle strategie moderne di pensare e dominare il mondo. Al di là dei moti d’animo, delle ideologie religiose o laiche, siamo davvero convinti di riuscire a pensare un’identità differenziale, per cui due umani (morfologicamente identici da un lato e dall’altro del bordo) possano ragionevolmente avere istinti differenti?
L’illuminismo ci ha accecato, quindi. “Il Logos, infatti, non parla mai a voce chiara: cerca le parole, esita, balbetta, si corregge.” [Latour]. Abbiamo preteso di svuotare il demos dalle sue emozioni, dai suoi tentativi, dai suoi gruppi informali, spesso delegando alla norma di fare pulizia espellendo l’illegale (illeggibile) dal demos stesso. E il vuoto, poi ha avuto bisogno (come sempre) di tecnica e scienza…
Solitamente infatti, in questi casi, ci si rivolge ai saggi, ai tecnici, agli anziani del villaggio: i primi mediano tra le generazioni, i secondi (in caso di necessità) adducono le ragioni incommensurabili della scienza, i terzi servono come memoria esperienziale e archetipica. Tutti loro riempiono il demos di cristalli, fatti per intasare i processi, generare muri in quelle che stavano diventando praterie, costruire burocrazie senza funzione…
Eppure questo meccanismo di continua espulsione pneumatica si è interrotto, ossidato. Da tempo sta emergendo un’antropologia (per lo meno nelle semantiche della crisi) della stessa modernità. Siamo oggetto di studio di noi stessi, ma non ne abbiamo ancora piena coscienza.

Questa situazione di stallo apre finalmente un varco. Soprattutto nelle discipline, la cui efficienza sta mostrando una profonda lacuna, che ho accennato più sopra: esse non sono in grado di accogliere l’appello degli esclusi dal moderno, non ancora, per lo meno. E non lo saranno se non si riformeranno in chiave extra-disciplinare, divenendo finalmente appassionate esploratrici del possibile, affiancando (senza ulteriore indugio) i pensatori eclettici e i civic hackers.
Si tratta, in estrema sintesi, di soggetti che hanno intrapreso la strada verso una riunificazione della teoria e della prassi, anzi, adesso possiamo dire dellE teoriE e dellE prassi!

Credo che, in termini di capacità predittiva, esca depotenziata da questa crisi (così lunga e profonda) la fisica sociale, sulla quale i produttori di smart tech basano la credibilità del proprio set di performance (predittività, decision making, gestione di risorse scarse, ecc…). Come sostiene Alex Pentland (professore al MIT, direttore del laboratorio Connection science e del MIT Media Lab) “se potessimo avere una visione onnipotente, cioè a 360°, potremmo arrivare a comprendere appieno tutti i meccanismi sociali e intervenire per risolverne i problemi” (corsivo mio). La fisica sociale ha tentato di dare forma alla società civile in termini di macchina produttiva, considerando l’umanità e la natura come caos da ordinare, per il bene stesso dell’umanità.

Non entrerò nel merito della valutazione filosofica della questione. Dal testo Il piano dei lavori scientifici necessari per riorganizzare la società (pubblicato da Comte nel 1822), sono passati quasi duecento anni, eppure abbiamo visto che alcuni propongono ancora una ricetta positivista per la cura della società. Nulla di errato in questo, tuttavia, se i laboratori e le discipline hanno effettivamente la responsabilità di tenere separate le nature dalle culture (e dunque dai fatti sociali e dalle politiche), in nome di una egemonia del soggetto-despota, allora dovremo dubitare anche di una certa semantica dell’innovazione, coi suoi eroi romantici (o sapienti illuminati) che salverebbero la società grazie a coraggio, spirito imprenditoriale, capacità di visione, ecc… Come dicevo: è difficile abbandonare la lettura eroica e geniale di matrice romantica che permea tutta la nostra lettura dei futuri possibili. Quella stessa lettura che rinuncia al collettivo dell’educazione per accettare di sottomettere l’idea stessa di capitale umano agli ingranaggi disciplinari illuministi (per i quali il compito indiscusso della scuola è ancora di formare lavoratori, travestiti da cittadini).

 

A questo punto vorremmo fare sintesi e chiarezza. Il vero errore, oggi, consisterebbe nel rinunciare al cambiamento per sostenere la sopravvivenza di pratiche e paradigmi socio-culturali. Ci pensiamo come parte agente di questi paradigmi, ma in modo subordinato. Paura che la società crolli? Paura che l’estraneo invada i nostri confini? Paura che l’economia crolli? Paura delle bolle finanziarie? Diciamocelo: sì, abbiamo paura. Siamo così abituati a pensarci come elemento subordinato di una grande metafisica moderna (che mescola scienza, progresso, benessere, verità e cultura identitaria) da accettare di immolare le nostre esistenze in nome della sua sopravvivenza.
Bene, sappiate che le metafisiche nascono e muoiono ogni giorno, senza che voi possiate in alcun modo farci nulla. Quello che possiamo fare, invece, è ricostruire il collettivo delle civiche, il Collettivo#03, che sappia accogliere (anche) gli appelli dell’innovazione (quella vera, emanazione fragilissima dei teneri virgulti di cittadinanza attiva che spuntano sempre più frequenti).
Patrick Geddes (grande maestro del imparare facendo, frase sua) indagò a lungo il pensiero utopico per le città del primo dopo guerra (morì nel 1932), mostrando come educazione, sociologia, geografia e urbanità fossero attori di uno stesso scenario, teso alla formalizzazione continua del delicato rapporto tra rappresentazione e progetto del reale. Le civiche di Geddes sono collettive, sia dal punto di vista disciplinare che di apertura dei processi e della quantità di attori (si veda qui un interessante articolo di Francesco Careri che ne parla ampiamente). Nelle civiche si incontrano e ibridano tutte le discipline e arti urbane, per dare luogo e disponibilità di connessione tra urbanologia (lettura) e pianificazione (scrittura e progetto).
Anche qui, dopo quasi un secolo, le arti civiche sono cresciute per influenza, complessità e partecipazione. La classe creativa (teorizzata da Richard Florida e Charles Laundry), algoritmo produttivo delle città post-industriali, le reti informatiche (che Manuel Castells ha definito socio-tecnologie), l’enorme produzione giornaliera di big-data da parte dei device portabili (smartphone, tablet, notebook, ma anche automobili), le cartografie dell’open-mapping e la blogosfera (coi suoi miscugli tra informazione, creatività, progetti, processi, analisi, narrazione, rappresentazione) stanno attendendo una nuova generazione di cittadini attivi. Mi piacerebbe, in omaggio a Latour, chiamarli cittadini-attivi, per mostrare come ‘attivi’ non sia semplicemente un attributo (nel qual caso cittadini acquisirebbe tutto il valore della proposizione), ma al contempo una strategia e una finalità.
I cittadini-attivi sono esploratori del possibile. Per questo necessitano di:
– mappe
– strumenti di posizionamento
– strumenti di registrazione e valutazione
– meta-paradigmi di lettura (da buoni antropologi)
Chiaramente i cittadini-attivi fanno parte del Collettivo#03, dovendosi continuamente sottoporre ad educazione per ‘trarre fuori’ da sé i sintomi e le letture simultanee della realtà (cosa ho visto? quali connessioni ha ciò che vedo ora con ciò che ho visto?). I ricettori dei cittadini-attivi sono una fonte inestesa di realtà, ciò che (forse) consentirà alle discipline di tornare sulla terra per aiutarci a scoprire il migliore dei mondi comuni.
Questa la ragione per cui le civiche dell’educazione saranno così determinanti nel prossimo (e immediato) futuro. Potranno infatti contribuire a spegnere un po’ di Illuminismo per riuscire a vedere il nostro domani.