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Il primo aprile 2017 il presidente Xi Jinping ha presentato al mondo il progetto di una smart city di media grandezza, da far sorgere in un’area designata dal governo cinese per l’applicazione di particolari strategie di sviluppo.
Per la nuova città è stato scelto il nome di Xiong’an, e dovrebbe essere il primo prototipo di un piano complessivo per 500 nuove città, grazie alle quali il governo cinese tenterà di proporre alla nazione un nuovo corso tecno-ecologico, che si spera possa ridurre il pauroso inquinamento dovuto alle città della provincia di Hebei, a nord del paese.

Il fatto che il presidente Xi Jinping abbia rispolverato il trito binomio “smart city” per dare una specifica identità al piano di sviluppo urbano del governo cinese sembra, a prima vista, una strategia già vista. Tuttavia, leggendo quello che ne scrivono Cheng Li e Gary Xie, l’obbiettivo di Xi Jinping non sembra limitarsi alla realizzazione di una nuova smart city. Realizzare una città conspevole (per favore smettiamo di tradurre “smart” con “intelligente”) è solo un mezzo per lo sviluppo di un nuovo tipo di civiltà urbana cinese.

I critici e i detrattori di questo concept commettono solitamente il medesimo errore di chi, al contrario, vede nella città consapevole la meta naturale della nostra civiltà urbanizzata. In generale l’errore riguarda la prospettiva con cui solitamente si guarda alla smart city: sia i detrattori che i sostenitori del concept, lo vedono infatti come un punto di arrivo (al più come un punto di fuga, per rimanere in tema).

Per il nostro Carlo Ratti, ad esempio, la città del futuro sarà caratterizzata da uno spazio urbano fisico-digitale in cui sistemi guidati da dati, prodotti dai cittadini stessi, renderanno gli insediamenti urbani genericamente migliori. Al contrario, per Anthony Townsend, come ho già scritto, le tecnologie in grado di modernizzare gli insediamenti esistenti faticheranno ad interfacciarsi con il vecchio hardware, composto anche dai nostri corpi e dalle nostre istituzioni; d’altro canto, laddove invece, come a Masdar City, si è cercato di creare in vitro una smart city, si è scoperto che è molto difficile ricreare la vitalità urbana se si vuole far senza quei corpi e senza quelle istituzioni che alcuni considerano come un intralcio al progresso.

Perché allora affannarsi ancora a discutere di questo trito concept? Ci sono ottime ragioni, soprattutto economiche. Ci sono capitali immensi, sul pianeta, che devono necessariamente essere usati (questo è il motore primo del nostro sistema economico globale). Il modo più redditizio per usarli è proprio la costruzione di nuove (parti di) città. Il vecchio adagio follow the money rimane sempre validissimo, e grazie ad esso possiamo vedere che l’urbanizzazione crescente non è una causa prima, ma un effetto socioeconomico. Certamente le città costituiscono dei poli economici nei quali il lavoro è più accessibile grazie alla maggiore densità di interazioni, tuttavia le città crescono perché è semplicemente il processo più redditizio delle economie del pianeta. Al contrario il destino (e il diritto) dei cittadini è sempre più nebuloso.

Se leggiamo in quest’ottica il recente progetto di Quayside proposto da Sidewalk Labs (Google) per Toronto, ci rendiamo conto della raffinatezza della proposta, anche dal punto di vista economico. L’innovazione del masterplan fisico-digitale di Quayside risiede nel far sì che un processo “vecchio”, come la costruzione di un nuovo quartiere, possa trascendere in un processo “nuovo” come quello di una raccolta sistematica di dati
dai residenti (una montagna di dati). Quando sarà realizzato, il quartiere di Quayside produrrà meno CO2 ma molti più dati di un insediamento tradizionale, dati che probabilmente verranno utilizzati per realizzare nuovi servizi (a pagamento) per i cittadini locali e di altre città, alimentando forse nuovi mercati.

Fino a Xiong’an dunque il concept della smart city era sostanzialmente bifronte: da un lato poteva essere letto come una tecno-utopia proposta dai produttori di tecnologia per creare nuovi mercati, dall’altro poteva essere considerato come la migliore risposta teoretica alla desolazione dei nonluoghi di Marc Augé, un altrove che sarebbe stato certamente migliore. In entrambi i casi, sotto la superficie scintillante del concept da vendere, non c’era traccia di realismo. Non intendiamo dire che i piani per le smart city non abbiano concretezza, ma che l’apparente ineluttabilità del “destino urbano” dell’uomo sia uno specifico e convincente racconto-mantra che viene ripetuto al mondo dai “realisti capitalisti neoliberali” (definizione del compianto Mark Fisher). Si tratterebbe di una profezia capace di auto-avverarsi, laddove non esista davvero una spinta ideale capace di farci uscire dal paradigma dominante del capitalismo.

Scrive a tal proposito Fisher che “il realismo capitalista si presenta come uno scudo in grado di proteggerci dai pericoli di qualsiasi ideale o credenza. L’atteggiamento di ironica distanza così tipico del capitalismo postmoderno, dovrebbe immunizzarci dalle seduzioni di ogni fanatismo. Abbassare le nostre aspettative è il piccolo prezzo da pagare per essere essi al sicuro da terrore e totalitarismi, o almeno così ci dicono.” (M. Fisher, Realismo Capitalista, ed. NERO, 2018). Dunque, per esser chiari, il realismo descritto da Fisher è tutt’altro che realista, poiché costruisce da sé la realtà più adatta ai flussi economici planetari. Eppure (citando Fisher che cita Jameson) è più facile parlare della fine del mondo che parlare della fine del capitalismo.

Torniamo ora a parlare di Xiong’an, una smart city che riunisce finalmente il totalitarismo politico e il capitalismo realista, in un grande esperimento di fisica sociale. La volontà politica del politburo cinese è dichiarata: Xiong’an sarà una città dimostrativa, destinata ad accogliere “funzioni non capitali”, come ad esempio un centro per l’innovazione finanziaria (commissionato al Regno Unito per $ 11.4 miliardi) e nuove sedi per le tre principali compagnie tecnologiche cinesi (Baidu, Albaba e Tencent). Uno studio commissionato a Morgan Stanley stima investimenti complessivi per $ 380 miliardi sulla realizzazione della smart city cinese.

Tuttavia il politburo cinese ha annunciato ufficialmente che Xiong’an sarà differente dalle altre aree economiche ‘speciali’, poiché in essa sarà vietato il mercato immobiliare privato. Tutte le residenze di Xiong’an rimarranno di proprietà dello stato cinese, e solo lavoratori e impiegati autorizzati potranno accedervi (pagando affitti calmierati). Ufficialmente questa strategia è indirizzata ad abbassare i costi delle abitazioni e a prevenire le speculazioni del mercato che affliggono le grandi città, soprattutto nei casi di ristrutturazione di ampie porzioni di territorio urbano. Tuttavia ci sembra di ravvisare anche una seconda finalità, ovvero una stretta poderosa nel controllo dei residenti, che, a quanto possiamo sapere, verranno valutati accuratamente prima di accedere alla città e forse costretti, in caso di licenziamento, ad abbandonare residenza e città.

La mobilità dei cittadini ha da sempre costituito una delle chiavi di resilienza dei territori, lasciando libertà alla popolazione di tracciare il proprio percorso di esistenza. Nel caso di Xiong’an questo principio probabilmente verrà ridotto ai minimi termini per circa 2 milioni di futuri residenti, sui quali verranno inoltre impiegate le tecnologie di controllo e profilazione (anche sulle attività on-line ) che alcune città cinesi hanno già adottato, trasformando la residenza urbana in una specie di gioco a punti che ricorda atmosfere da Black Mirror.

Il governo cinese ha descritto il faraonico piano per le 500 nuove smart city come una strategia per rilanciare un’economia innovativa e sostenibile, con insediamenti urbani di nuova generazione in grado di contenere la produzione di anidride carbonica e di resistere ai fenomeni atmosferici più distruttivi. Gli analisti dicono che potrebbe essere un azzardo economico, tuttavia, in caso di successo, Xiong’an potrebbe divenire il fiore all’occhiello dell’amministrazione di Xi Jinping e influenzare pesantemente le strategie di sviluppo geo-economico del pianeta. Per questo gli analisti suggeriscono di fare molta attenzione a cosa accadrà al progetto negli anni a venire, anche se non credo che saremo tutti d’accordo sulla definizione di “successo”.

(nota: i dati riportati provengono da un articolo di Cheng Li e Gary Xie, pubblicato il 20 aprile 2018 su Brookings)