CRONOURBANISMO – il progetto dei tempi

Dalle cartografie illuministe della fine del XIX, passando per il maggio del ’68 a Parigi e le riflessioni sulle striature dello spazio di Deleuze, fino alla gigantesca scritta BLACK LIVES MATTERS a Washington, lo spazio ci ha sempre accompagnato nelle rivoluzioni e nelle lotte di potere territoriale. La Nuova Crisi Urbana, descritta da Richard Florida, è legata ai costi che lo spazio edificabile, come risorsa finita, acquisisce nelle principali megalopoli occidentali. David Harvey, a sua volta, auspica che proprio nello spazio urbano emergano quelle conflittualità che potrebbero portare il capitalismo urbano a mutare radicalmente. Nessuno pareva occuparsi del tempo. Sembra che, fino al 2016, il tempo interessasse solo ai fisici e a pochi filosofi europei, in gran parte francesi.

Guardandoci indietro, possiamo ipotizzare che il Tempo (uso la maiuscola per indicare il concetto universale) sia stato codificato in modo da divenire meno ansiogeno e più controllabile, fino a divenire oggetto di scambio nei processi produttivi meccanizzati, che possiamo rappresentarci nella catena di montaggio inventata da Ford e nella consueta immagine di Chaplin prigioniero di un ingranaggio meccanico e disumano. Le metafore linguistiche che usiamo per descrivere il tempo sono infatti legate a questo concetto di tempo come bene finito, in completa analogia con lo spazio.

Mentre il tempo della produzione dettava subdolamente i processi di espansione delle metropoli, il Tempo (come concetto) sembra invece essersi defilato per gran parte della modernità, solo apparentemente spodestato dal gruppo dei concetti universali (quelli dei diritti, dei principi, delle metafisiche, delle economie, delle nature e delle estetiche). Dobbiamo attendere Bergson, Heidegger e Sartre per riportare un po’ di attenzione sul Tempo in filosofia, ma il senso comune lo ritiene ancora una cosa misurabile, tanto quanto lo spazio. Alcuni reputano che il capitalismo urbano sia in grado non solo di appropriarsi dello spazio, privatizzandolo, ma anche del tempo, consumandolo in una subdola estrazione biopolitica di valore.

In realtà non è tutta colpa di Henry Ford e dell’invenzione della catena di montaggio. Quella che viene definita “spazializzazione del tempo” è parte di un processo sotterraneo di semplificazione della complessità della realtà, per la quale ci è più semplice pensare ad un tempo suddivisibile in pacchetti vendibili e acquistabili (dalla società, dai sistemi produttivi o dal nostro inarrestabile impegno civico). Secondo Robert Cialdini tendiamo sempre a seguire i processi cognitivi più automatici e stereotipati, come sosteneva A.N. Whitehead (citato da Cialdini) quando affermava che “la civiltà progredisce estendendo il numero di operazioni che possiamo eseguire senza pensarci”.

Leggendo poi Ecologia Oscura di Timothy Morton troviamo che queste semplificazioni della realtà, oltre a fuorviarci in campo critico e teorico, ci portano fuori strada anche dal punto di vista progettuale. Morton fa risalire le premesse della cultura occidentale, minata da queste semplificazioni continue, ad un periodo antecedente la nascita del capitalismo, un’epoca che coincide più o meno con l’inizio del Neolitico (12 mila anni or sono), quando siamo diventati stanziali. E’ allora, ci dice Morton, che si è radicata la agrilogistica, che, in nome dell’espulsione dell’imprevisto e dell’inconoscibile dal neonato villaggio stanziale, ha imposto un eterno presente, composto di quantità misurabili e prevedibili. L’agrilogistica, per Morton, è il seme di cui il capitalismo è il frutto maturo. “L’agrilogistica promette di eliminare la paura, l’ansia, le contraddizioni – sociali, fisiche, e ontologiche – stabilendo confini rigidi e netti tra mondi umani e non umani e riducendo l’esistenza a un mero dato quantitativo” (Morton).

Altri sintomi ci costringono, oggi, a ricostruire un nuovo senso del tempo, che vada oltre la sua suddivisione in “quanti” misurabili e rivendibili. Sovrapponendo continuamente al mondo le logiche della produzione (per cui, ogni cosa, viene costretta a prendere posto nel consesso delle materie o nel consesso dei prodotti) ci convinciamo che queste logiche siano universalmente valide. Forse, ancora una volta, il Tempo, che possiamo temporaneamente immaginarci come uno strano ibrido tra due figure mitologiche, il feroce titano Kronos e il fresco e alato giovane Kairos, rappresentante del momento giusto e dell’opportunità, ci ha ingannato, lasciandoci estendere l’esperienza e la logica dello spazio fino a farci realizzare un costrutto di Tempo depotenziato, privo sia dell’inarrestabile ferocia che dell’opportunità di immaginare un futuro possibile.

Il nuovo cronourbanismo che gravita attorno al concept della Fifteen Minutes City di Carlos Moreno ci sembra un ritorno proprio a quella spazializzazione del tempo di cui abbiamo parlato. Misurare le distanze in termini di tempo invece che di spazio non avrebbe dunque alcuna sostanziale differenza, se non quella di offrire, come distrazione dalla necessità di uscire dal recinto dell’agrilogistica, una nuova panacea in grado di rassicurarci tutti. Da questo peculiare punto di vista, quindi, il progetto urbano del tempo sembra inserirsi  nel precostituito sistema concettuale metaforico con cui intendiamo il tempo, considerato dunque come un  bene finito.

Nel 1980  G. Lakoff e M. Johnson scrivevano che “la metafora è pervasiva nella vita di ogni giorno, non solo nel linguaggio ma anche nel pensiero e nell’azione (…) I nostri concetti strutturano il modo in cui percepiamo, il modo in cui ci muoviamo nel mondo e il modo in cui ci relazioniamo alle altre persone. Il nostro sistema concettuale quindi gioca un ruolo centrale nel modo in cui definiamo le nostre realtà quotidiane”. A ben vedere, dunque, il sillogismo che emerge dal nostro sistema concettuale per ritenere che la cronourbanistica sia una cosa buona è più o meno il seguente (metto tra parentesi gli ambiti metaforici impliciti):

  • [Il tempo è denaro]
  • Configuriamo la città in base al tempo del pedone
  • Il pedone è umano, perché non è legato a trasporti tecnologici
  • [umano=buono; tecnica=cattiva]
  • La città diventa a misura d’uomo, dunque è buona.

Il cronourbanismo in sé non è né buono né cattivo, tuttavia si basa su ambiti metaforici che lo rendono, purtroppo, inefficiente. Dovremmo quindi esplicitare e superare le metafore implicite nella narrazione sviluppata attorno al cronourbanismo.

Partiamo da quella per cui [il tempo è denaro]: come dicevamo, finché la realtà viene misurata quantitativamente secondo le logiche della produzione (che implica il profitto per alcuni e il salario per altri) sarà difficile superare questa concezione del tempo. Tuttavia, citando ancora Morton, “la fine del mondo probabilmente ha già avuto luogo. Ci troviamo di fronte a una brusca interruzione della temporalità” (Morton, Iperoggetti). La fine del mondo e della sua durata implica dunque la fine del tempo, ma anche l’inizio del Tempo come concetto finalmente libero dalle codifiche spaziali della produzione. Tutto è già accaduto, come in Tenet di Nolan, il primo film in cui si rappresenta la simultaneità del tempo.

E a riguardo della simultaneità, nel 2005 Bruno Latour scriveva che:

“Grazie ad una distorsione della storia che né il riformismo, né i rivoluzionari hanno previsto, Kronos ha improvvisamente perso il suo vorace appetito. Stranamente, abbiamo talmente cambiato il tempo che si siamo spostati dall’era del Tempo a quella della Simultaneità. Sembra che nulla accetti di risiedere nel passato (…). Il tempo, l’era passata delle sostituzioni cataclismatiche, è diventato improvvisamente qualcosa che né la Destra, né la Sinistra sembra siano pienamente disposte ad incontrare: un’era mostruosa, l’era della coabitazione”.

Dopo i concetti di Tempo ciclico e Tempo lineare, la Simultaneità ci consegna il progetto dei tempi (intendendo durate, ma non possiamo pretendere che tutti siano appassionati lettori di Henri Bergson). Se smettiamo di semplificare le cose, forse riusciremo ad accorgerci come, dopo lo spavento dovuto all’Antropocene, la coabitazione sia questione determinante alla sopravvivenza. E la coabitazione è possibile solo grazie alla nostra capacità di comporre tutte le durate che abbiamo scoperto intrecciarsi con quella umana, da quelle geologiche (come il riassorbimento degli eccessi di CO2 nell’atmosfera) a quelle antropiche (come gli effetti dell’industria delle costruzioni), fino a quelle etologiche (come la crescita delle piante o la morte delle api).

Non dimentichiamo che, per rendere il  cronourbanismo efficace nel costruire scenari di coabitazione, abbiamo altri due ambiti metaforici da “riaprire”: [umano=buono] e [tecnica=cattiva]. Intuiamo che si tratta di un medesimo problema, l’antropocentrismo, declinato da due punti di vista complementari: da un lato la prevalenza di una visione incentrata sul soggetto come fondamento della società civile – si tratta di un’implicita cessione di responsabilità al cittadino, le cui energie improduttive vengono utilizzate per il mantenimento dei beni comuni, in cambio di un habitat consono alle sue necessità e aspettative; dall’altro lato, sempre in nome dell’antropocentrismo, si tiene separato l’umano (soggetto) dal non-umano (oggetto/strumento). Dunque [umano=buono] e [tecnica=cattiva] sono ambiti metaforici che sostengono una visione urbana fatta di soggetti colti che creano autonomamente il proprio habitat, seguendo una logica sottilmente pre-moderna, che ignora la presenza di altri attori nella prossimità urbana. Una volta esplicitate queste metafore antropocentriche è difficile tuttavia accettare che la prossimità (concetto centrale della città dei 15 minuti e del cronourbanismo) debba necessariamente affidarsi alla tecnologia della network society per garantire la creazione di quelle che Manzini chiama comunità leggere, la stessa tecnologia del tutto-a/da-casa che rischia di far implodere proprio la prossimità.

Abbiamo scoperto così che il concetto di prossimità rischia di contribuire involontariamente a semplificare la complessità della coabitazione, senza contribuire a far evolvere il nostro sistema concettuale. Per questo crediamo che la questione vada affrontata al di fuori dell’urbanistica e nell’ambito specifico della filosofia del design. Ci toglieremo così dai piedi quelle fastidiose questioni legate ai come della Fifteen Minutes City e potremo approfondire una rinegoziazione nei rapporti tra soggetti e tecnica.

Ho trovato in La Forma del Futuro (2004) di Bruce Sterling uno strumento perfetto per riassumerne le questioni centrali. La differenza fondamentale tra gli appassionati di innovazione sociale (come Manzini) e gli appassionati di innovazione tecnica (come Sterling) è presto detta: per i primi l’orizzonte di senso è socio-tecnico, per i secondi, invece, è tecno-sociale. Cosa significa, in termini espliciti? Se mettiamo la società al primo posto (come accade nell’orizzonte socio-tecnico) tenderemo a considerare autonoma la società, mentre la tecnica risulterà subordinata, in modo strumentale, all’organizzazione sociale; se invece consideriamo prevalente la tecnica (come accade nell’orizzonte tecno-sociale) tenderemo a dare autonomia alla tecnica, mentre l’organizzazione sociale risulterà una conseguenza delle interazioni e delle evoluzioni della tecnica. Non si tratta di una posizione ideologica (naturalmente tutti vogliamo che la società sia al primo posto, qualunque cosa essa sia, in quanto aborriamo l’idea di essere al seguito delle evoluzioni della tecnica).

“La ricerca di un mondo sostenibile può avere successo, oppure può fallire. Se fallisce, il mondo diventerà impensabile. Se funziona, il mondo diventerà inimmaginabile. In pratica, sarà un po’ metà e metà: in alcune cose avremo successo, in altre no. Quindi il mondo di domani sarà in parte impensabile e in parte inimmaginabile. Gli attori effettivi si bilanceranno tra queste due condizioni, con tanto di progetti e piedi di porco.” (Sterling)

Gli attori, per Sterling, sono umani e tecnologie. Viene escluso, quindi, ogni antropocentrismo, a favore di un nuovo ambito metaforico, per il quale [tecnica+umano=progetto]. A dirla tutta l’idea di Sterling è in realtà quella di evitare di costruire altre metafore, esplicitando il più possibile le questioni in gioco, su tutte il fatto che “è importante riconoscere esplicitamente tutto ciò che è indesiderabile in qualsiasi trasformazione tecnologica”.

Ovviamente l’evoluzione dell’orizzonte tecno-sociale verrà scandito dai mutamenti nel rapporto tra tecnologia e umani. Ecco cosa propone Sterling:

“con il termine PRODOTTI intendo oggetti largamente distribuiti, disponibili commercialmente, realizzati anonimamente e uniformemente in quantità massicce con una divisione programmata del lavoro e con tecniche da catena di montaggio rapide e non artigianali, basate su economie di scala operanti su interi continenti e sostenute da efficientissimi sistemi finanziari, informativi e di trasporto. Le persone che partecipano a un’infrastruttura di prodotti sono dette CONSUMATORI (…). L’avvento della tecnocultura dei prodotti può essere datato al periodo intorno alla Prima Guerra Mondiale”;

“i GINGILLI sono oggetti altamente instabili, baroccamente multifunzionali, modificabili e facilmente programmabili dall’utente, e destinati a una vita breve. (…) Solitamente i gingilli sono collegati a fornitori servizi di rete: non sono oggetti autonomi, bensì interfacce. Coloro che fanno parte di un’infrastruttura di gingilli sono UTENTI FINALI (…). L’epoca dei gingilli inizia nel 1989”;

“Gli SPIME (neologismo di Sterling, che fonde SPace+tiME, spazio e tempo) sono oggetti industriali il cui supporto informativo è talmente ampio e ricco da renderli materializzazioni di un sistema immateriale. Gli SPIME iniziano e finiscono come dati. Sono progettati sullo schermo, fabbricati con mezzi digitali e le loro tracce possono essere seguite passo per passo nello spazio e nel tempo durante il loro soggiorno terreno (…). Le persone all’interno di un’infrastruttura SPIME sono INTERMEDIARI. Daterei l’alba degli SPIME al 2004, quando il Ministero della Difesa degli Stati Uniti impose senza preavviso alle migliaia dei suoi fornitori di allegare alle forniture militari le etichette RFID (Radio Frequency Identification).”

Consumatori, utenti finali e intermediari: ecco tre dei quattro ruoli che Sterling affida agli umani, nella sua lettura tecno-sociale.

E il quarto ruolo? Ecco cosa ci dice l’autore:

“Come difendersi dalla pesantezza dei costi esterni alla tecnologia e dalle possibilità che qualcuno abusi deliberatamente della tecnologia? Credo che l’antidoto giusto sia una cultura del progetto: pensare al design, al progetto; agire in modo progettuale, da designer”.

Una nuova cultura del progetto dovrà considerare quelle istanze che già si sono presentate alle porte delle nostre città ideali, e che chiedono sempre più insistentemente di essere ammesse alla costruzione del mondo futuro (e rispetto alle quali mi sembra che l’architettura non sia ancora pronta).

Ve le propongo qui di seguito:

  1. Il mondo diventa soggetto, l’uomo diventa oggetto
  2. Il senso del tempo è cambiato (l’emergenza sradica quasi tutte le logiche progettuali)
  3. Il luogo ha una strana forma di loop perché coinvolge profondamente il tempo. Il luogo non sta mai fermo, si increspa e si distende: il luogo è una piega che non puoi stirare sul tessuto delle cose. (Morton)
  4. Il senso della durata è cambiato (la reversibilità azzera ogni eroismo progettuale – la modernità è finita con lo smascheramento di ogni promessa rivoluzionaria: la rivoluzione si elide nella circolarità)
  5. Il design è sempre più custom, la soluzione è sempre temporanea, in attesa di perfezionamenti continui
  6. I materiali reclamano il diritto ad avere una storia
  7. Lo spazio è finalmente trattato come bene finito (il suolo stratifica in sé altri sistemi di valore oltre a quello della proprietà); il suolo impone all’architettura un dialogo tra pari
  8. La responsabilità legata ad un’impronta ecologica insostenibile incombe sempre più pressante sull’architettura e sull’urbanistica della modernità: l’agire in modo etico presto non sarà più una scelta ma una necessità per avere ancora un mercato
  9. I principi costitutivi dell’architettura (utilità, solidità, bellezza, carattere, legame con le storie e con le tradizioni costruttive) vengono azzerati dall’iperbole culturale dell’antropocene: l’architettura non riesce, se rimane autoreferenziale, a misurarsi con la geologia e la geostoria

Ecco quindi un elenco del possibile collettivo chiamato a coabitare la città dell’eterno presente futuro: biomi vegetali e animali, prodotti, gingilli, SPIME, consumatori, utenti finali, intermediari, designer, normative e regolamenti. Quando riusciremo a comporre i loro tempi (=durate) avremo realmente l’opportunità di realizzare una prossimità indistinguibile dalla coabitazione.

Condividi

Altri articoli

Condividi