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Ecco qui di seguito (suddiviso in tre parti) il breve saggio emerso dalle riflessioni sulle civiche dell’educazione (in occasione del Meeting “Didattica Amica”, svoltosi a Padova il 3 ottobre 2015).


Premesse.

In questa breve comunicazione trarrò spunto da una rapida sintomatologia della contemporaneità, seguendo l’ipotesi di alcuni, secondo cui gran parte dei paradigmi precostituiti stanno conoscendo in questi ultimi dieci anni una perdita di efficienza o, addirittura, una pericolosa frammentazione.

Poiché l’innovazione umana (come civiltà e come individui) può essere ricondotta al rapporto (mai risolto) tra idee e valori, dovremmo stabilire fin d’ora (e basandoci qui semplicemente sul senso comune) che sia se sia realmente in corso una straordinaria (quanto diffusa e molecolare) fase di revisione meta-paradigmatica della ricerca, dell’educazione, dei mercati, dei meccanismi finanziari. E’ infatti un processo lungo che, unitamente alle più svariate sintomatologie di crisi, non potrà che passare per revisioni radicali dei ‘corpi intermedi’ e delle istituzioni. Per ora possiamo dire di aver appena iniziato a costruire, collettivamente, un pensiero del contemporaneo e alcune piccole strategie per immaginare un futuro non basato sul dominio e sull’occupazione del possibile, tensioni tipicamente moderne. L’idea di un futuro collettivo non rientra ancora nei nostri ‘parametri di formazione sociale’, ancora configurati secondo un’organizzazione sociale (con posizioni, ruoli e competenze certificabili e certificate) che oggi non rappresenta adeguatamente il sociale stesso.

Tenterò quindi di mostrare come l’immaginario (inteso come strato fertile per costruire visioni future) si stia rapidamente liberando dalle costrizioni (concettuali e produttive) delle economie politiche. Queste ultime non sembrano essere ancora in grado (nel panorama contemporaneo) di ottemperare a due fondamentali compiti che la società ha affidato loro: la descrizione e la previsione dei fenomeni economici e politici. Oggi nelle pieghe dell’ irrappresentabile e dell’imprevedibile si sta accumulando una massa critica di questioni irrisolte e complesse (come il ruolo dei cittadini attivi, il posizionamento sociale dei produttori-consumatori, l’innovazione disruptive della sharing economy, il conflitto tra istituzioni con differenti scale di influenza, l’emergere di nuove istituzioni, l’esplosione di un’economia della conoscenza). Tale massa di ibridi spinge all’esterno dei bordi disciplinari e sta penetrando, inarrestabile, verso le ontologie delle discipline stesse.

Nostro è il compito di iniziare l’esplorazione di questa realtà semivisibile e di rendere più trasparente la formazione di nuova realtà sociale. Vi chiedo quindi di entrare con me in un territorio ibrido, in cui le discipline rimescolano i propri DNA e producono nuove ipotesi di lavoro per costruire un’antropologia della contemporaneità, anche sulla scorta di almeno un secolo di pensiero finora rimasto inattuale.

In tale contesto a geometrie variabili, cercherò quindi di dimostrare come un rinnovato interesse (di studio, ricerca e applicazione urbana) per le CIVICHE possa essere il focus comune di vari ambiti disciplinari. Per ‘civiche’ intendo qui l’accezione data da Patrick Geddes nel 1913, quando propose un corso universitario nominato civics, con l’obiettivo di riuscire a vedere le città dal proprio interno, riuscendo così a “sottrarsi alle correnti astrazioni dell’economia e della politica, nelle quali siamo stati tutti più o meno allevati, per tornare allo studio concreto da cui la politica e la filosofia sociale ebbero origine in passato, ma dal quale si sono in seguito allontanate: quello delle città come sono, o piuttosto così come le vediamo crescere” [Geddes, 1915]. Altra ipotesi di lavoro consiste nel considerare le civiche, al contempo, come finalità e processi. Esse andranno dunque prodotte tramite un grado di partecipazione molto vicino all’empowerment che Sherry Arnstein poneva in cima alla sua ladder of citizen participation.

Infine tenterò di delineare il ruolo fondativo del più fragile e importante ‘set’ di civiche, ovvero quelle che vorrei qui provvisoriamente chiamare CIVICHE DELL’EDUCAZIONE. Ad esse spetta (e spetterà sempre più, a mio avviso) il ruolo di innesco e guida dell’immaginario per una costruzione delle visioni e delle “u-topie reali” nell’attuale contesto delle cosiddette ‘economie della conoscenza’[1]. La conoscenza è divenuto un motore primo, al fianco della creatività. Tuttavia occorrerà mantenerne i caratteri originari di apertura e inclusività, per salvaguardarne al contempo la caratteristica di commons. Per sintetizzare queste mie posizioni ho quindi disgiunto (e poi riconnesso) la ‘u’: si tratta di indicare provvisoriamente che non parlo dell’ utopia filosofica (un luogo che non c’è, dal quale lanciare una critica alla società che ci circonda) ma di u-topia, inteso come un luogo di ricerca, di reciprocità e di inclusione. Naturalmente l’u-topia è utopica nella sua tensione concettuale, ma dovrà essere necessariamente sempre più pragmatica e reale, potendo definire linee guida di nuova generazione.

La delicatezza di questi processi, come vedremo, dipende anche dalla necessità impellente di una globale revisione dei processi di valorizzazione. Risulterà quindi sempre più porosa la separazione tra cultura ed economia, tra idee e merci. Occorrerà dunque accettare il compito gravoso di una rinegoziazione delle competenze tra le discipline, le ideologie e i loro agenti sociali. Per tali ragioni va chiarito fin d’ora che la finalità di questa breve comunicazione è di aprire la black box[2] dell’educazione, con una certa accortezza e senza qui entrare nel merito dei metodi didattici o dell’organizzazione delle istituzioni scolastiche. Vi propongo quindi di intendere educazione nel suo significato più filologico, senza assimilarla alla didattica (come tecnica di insegnamento) o ricondurla in grembo alla pedagogia (come tecnica sociale). Quando parlo di civiche dell’educazione cerco infatti di descrivere una condizione di esplorazione (e apprendimento) collettiva. E questo ‘collettivo’, come vedremo, non includerà solamente noi umani.

La nostra non intende essere un’ingerenza sulle prassi della didattica ma un’apertura alle possibilità derivate dalle civiche dell’educazione.

[link a “Città (più) intelligenti… #02”]

 


[1]Personalmente ritengo che la conoscenza, oggi, stia raggiungendo quantità socialmente desiderabili, al punto di non poter essere ancora considerata come ‘bene scarso’. Le esternalità (di cui i fallimenti e i successi delle start up sono il sintomo più esplicito e pubblicizzato) sono bilanciate dalla collettivizzazione dei risultati scientifici e da una ricerca di nuovo tipo (open source, realizzata in network in cui spesso si mescolano istituti di ricerca e hackers)
[2]In merito alla creazione di black box(scatole nere, come quelle degli aerei) Bruno Latour scrive: “(si tratta) del modo in cui l’operato della scienza e della tecnica viene reso invisibile dai suoi stessi successi. Quando una macchina funziona in modo efficiente, quando una questione di fatti è posta, uno si focalizza solamente sugli input e sugli output e non sulla complessità della macchina. Così, paradossalmente, più la scienza e la tecnica hanno successo, più divengono opache e oscure”. [Bruno Latour (1999). Pandora’s hope: essays on the reality of science studies. Cambridge, Massachusetts: Harvard University Press]