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Cominciare a cambiare: il ruolo dell’urbanità.

Proponiamo quindi di considerare l’urbanità come un ulteriore catalizzatore del processo che dal cambiamento potenziale possa portare ad un cambiamento attuale. Lefebvre definisce l’urbanità come un collettivo di città (fisica e tangibile) e cittadini (agenti), tentando così di superare una lettura che fino ad allora aveva separato i fatti sociali dai fenomeni urbani. L’urbanità è, al contempo, testo e contesto, per questo è stato difficile finora capirne il potenziale laboratoriale. L’urbanità è forse la via più breve per tornare ad essere contemporanei al nostro tempo e alla realtà che ci circonda.

Tra le numerose indagini urbane (successive al walking urbanism di Geddes, ripreso in epoca più recente da Charles Landry e Comedia) ricordiamo qui le più note, quelle realizzate su Manhattan. Il cuore pulsante di New York ha determinato (per la sua vitalità e unicità) la produzione non solo di teorie ma anche di progetti e strategie innovative. Il precursore più noto è stata probabilmente Jane Jacobs [1961], attivista newyorkese, seguita dall’architetto Rem Koolhaas [1978] e dal pianificatore William H. Whyte [1980]: i tre autori hanno mostrato come Manhattan sia stata, fin dalla prima campagna di crowdfunding della storia (finalizzata alla realizzazione del basamento della Statua della Libertà), un laboratorio inconsapevole di urbanità. A Manhattan l’elevata congestione umana e la sua gestione (in termini spaziali e funzionali) costituiscono un attivatore formidabile di innovazione sociale, in quanto costringono l’urbanità ad operare al limite della propria resilienza.

La più nota trasformazione urbana dal basso (e con esiti strabilianti dal punto di vista mediatico, tipologico e di strategie di processo) è infatti avvenuta a New York. Si tratta del parco lineare High Line, che ha convertito un vecchio tratto dismesso di una linea ferroviaria sopraelevata in una delle principali attrazioni di Manhattan. Anche in Italia abbiamo casi di eccellenza nell’innovazione urbana dal basso. Il più noto è probabilmente Farm Cultural Park a Favara (Agrigento), promosso da un mecenate privato che è riuscito ad attivare una comunità internazionale di creativi. In entrambi i casi la formazione (di cittadini attivi e di processi educativi) è la chiave di sostentamento, sviluppo e propagazione delle iniziative urbane di rigenerazione e rifunzionalizzazione.

Non entrerò qui nel merito di quale sia il ruolo dell’architettura in questo rapporto tra le civiche e l’urbanità, rimarrà sul fondo della questione: la città ci pone di fronte a ripetute problematiche, mettendo sotto stress i nostri sistemi di lettura e di progetto. Il dato ulteriore è che, nel momento in cui consideriamo l’urbanità nel suo complesso, il contesto urbano diviene un puzzle di temporalità differenti. Alcune di esse impongono progetti immediati (approvvigionamento, smaltimento dei rifiuti, residenzialità, distribuzione dell’energia), altre tempi di medio-lungo periodo (sicurezza urbana, mobilità sostenibile, distribuzione della rendita). Quanto è evidente è che la resilienza urbana e la sussidiarietà hanno estremo bisogno di una cittadinanza di nuova generazione, in grado, al contempo, di leggere e pianificare la città, partecipando all’urbanità da cittadini attivi.

Nonostante questa necessità, sembra che l’educazione non sia ancora considerata dalle istituzioni come la principale chiave strategica per affrontare le crisi urbane (attuali e future). Recentemente l’EIU (Economist Intelligence Unit) ha redatto una classifica sulla vivibilità delle città europee, stilando una lista su peso percentuale dei seguenti indicatori:

Stabilità: 25% – quest’elemento include fattori come la minaccia criminale e il terrorismo.

Assistenza sanitaria: 20% – considera la disponibilità sia dell’assistenza pubblica che di quella privata.

Cultura e ambiente: 20% – diversi fattori come il clima, la corruzione e lo sport sono considerati in questa categoria.

Educazione: 10% – anche qui vengono considerati sia indicatori pubblici che quelli privati.

Infrastrutture: 25% – abitazioni, strade, energia e altre utenze basilari vengono considerate in questa categoria.
Naturalmente è possibile vedere come gli stessi indicatori siano sintetici (considerando insieme il costruito e le funzioni urbane), e come il peso maggiore sia dato a stabilità e infrastrutture (che misurano lo stato attuale). All’educazione (e alla capacità di innovazione) viene purtroppo ancora dato poco peso (o nullo), segno che la lettura economica del contesto urbano è ancora tradizionalmente basata sul comfort urbano e sui processi consolidati.

Costruire insieme le civiche dell’educazione: i laboratori civici urbani

La città/territorio, per la sua intrinseca spazialità, costringe cittadini e istituzioni ad entrare in un processo di continua negoziazione. Attraverso il riconoscimento reciproco (in quanto attori di un medesimo network urbano) sarà possibile affrontare le 4 criticità (Conflittualità, Inefficacia del sodalizio teoria-prassi, Errori di traduzione/ tradimenti di mandato, Falsa rappresentazione/falsa rappresentanza) con altrettante nuove strategie:

1- Conflittualità -> Costruire fiducia

2- Inefficacia del sodalizio teoria-prassi -> Ricostruire le progettualità

3- Errori di traduzione -> Ricostruire le socialità

4- Falsa rappresentazione -> Costruire nuovi strumenti di lettura/rappresentazione della realtà

A conclusione del suo testo sulle smart cities, A. Townsend dimostrò come la costruzione delle civiche non possa essere delegato all’ICT come deresponsabilizzazione. La cittadinanza implica ancora una geografia del potere che la rende sensibile ad ogni delega. La storia recente dei casi analizzati da Townsend mostra come l’urbanità sia sempre più fragile ed esposta all’esproprio di potere (non solo immobiliare o economico, ma anche civico ed identitario) da parte dei fornitori globali di servizi. Tuttavia Townsend rileva l’inefficacia delle tecnologie smart non tanto nel loro ruolo sostitutivo nei confronti del politico (poiché propongono, tramite il computing ubiquo, un’elevata automazione dell’urbanità e dei suoi processi di governo locale), quanto nell’errore di lettura del ruolo dell’ICT urbana.

In altri termini stiamo affidando all’ICT (e alle tecnologie di smartizzazione) un ruolo risolutorio che esse non avranno mai il tempo o l’efficacia per ricoprirlo del tutto. Le urbanità planetarie crescono in estensione, densità abitativa e complessità, mentre la ricerca ICT arranca per mancanza di fondi e di mercato (sono troppo costose per essere così diffuse).

La proposta di Townsend (sull’esempio di Saragozza) è di adottare l’ICT a supporto delle nuove civiche, in modo da realizzare smart civics e non smart cities. L’Urban Manager di Saragozza (Daniel Sarasa) ha di fatto cambiato la sua città principalmente attraverso un uso flessibile dello spazio pubblico grazie ad una tessera georeferenziata prepagata: “(…) In particolare, abbiamo rivisto il modo di usare lo spazio, abbiamo georeferenziato i trasporti e le barriere architettoniche, abbiamo creato una Digital city Card RFD con la quale si può prendere l’autobus, andare in piscina, in biblioteca, al museo, pagare il taxi.” La tessera permette (banalmente) di mostrare la distribuzione e la frequenza degli accessi ai servizi pubblici, permettendo di ottimizzare le risorse dell’amministrazione pubblica.

I risparmi generati da questo (e altri) processi trasparenti hanno permesso la costruzione di progetti urbani più specifici, come il quartiere Milla Digital e Etopia. Quello che mi preme sottolineare è che tra istituzioni e urbanità si è venuto a creare un nuovo patto sociale, in grado di bilanciare simmetricamente l’uso di tecnologie ICT, l’impiego di denaro pubblico, la partecipazione sociale, l’innovazione.

Saragozza (ma non è l’unica) è uno dei principali laboratori civici urbani in cui testare soluzioni ibride (città/ICT/cittadini attivi) per ovviare a quelle limitazioni strutturali delle tecnologie smart che ho richiamato più sopra. Va ricordato qui che leggere la città come laboratorio civico implica la creazione di ecosistema estremamente dinamico. Per ovviare all’apparente ossimoro linguistico adottiamo da Bruno Latour il concetto di collettivo. Il collettivo, oltre a raccogliere istanze dai cittadini e dall’ICT e dalle architetture urbane, è concettualmente inteso come poroso alle nuove istanze al di fuori del proprio (eco)sistema. Un laboratorio urbano che operi come collettivo potrà, al contempo, ricostruire strategie, normative, didattiche, alleanze, visioni, ricerche. Non potrà costruire metafisiche universali, ma costituire il luogo per ogni rinegoziazione. La prima di queste (fondamentale) è la (ri)generazione del VALORE, non solo per il suo ruolo nelle economie, ma soprattutto per la sua capacità di attivare i fatti sociali.

Un ottimo lavoro, in questa direzione di ricerca (che mira a trasformare le città stesse in laboratori) è quello svolto dal prof. Artur Serra all’interno del progetto europeo Open Living Labs. In Italia il prof. Maurizio Carta sta lavorando su Palermo, interpretando l’urbano come ‘terzo elemento’ tra le ICT e i cittadini.

Verso il migliore dei mondi comuni[1].

L’ultimo mio appunto va letto infine nella direzione di delineare possibili sviluppi derivanti dalla sinergia tra gli attori del nuovo collettivo dedicato allo sviluppo delle civiche dell’educazione.

Gli insegnanti costituiscono, per loro formazione, attori determinanti per il ruolo di attivazione dei cittadini attivi. Gli studi sui processi partecipati e sulla formazione di comunità attive dimostrano quanto la cura e l’educazione dei membri più giovani della comunità siano in grado di attivare, al contempo, processi di breve, medio e lungo termine. Dovremo capire, in corso d’opera, come creare nuove simmetrie tra creatività e ripetibilità e universalità delle norme, ma sempre come educatori di futuri mediatori, dunque mediatori noi stessi (tra le istituzioni, i tempi, le generazioni, i diversi livelli di alfabetizzazione e competenza, le prassi consolidate e quelle sperimentali).

Dovremo comprendere che la mediazione (sia rinegoziazione o controversia) è (e sarà) prassi comune, non singolarità. Il confronto creativo sarà uno degli strumenti per includere ulteriori mondi possibili, e le tecnologie digitali potranno accompagnare i processi deliberativi e creativi per colmare ostacoli economici (fornendo strumenti open source, permettendo la produzione di contenuti editoriali senza costi, diffondendo i dibattiti in modo orizzontale, ecc…), per aumentare la platea deliberativa nel minor tempo, per condividere (e rendere accessibili) la maggior parte dei contributi (delle PA, dei corpi docenti, dei gruppi informali, delle istituzioni, ecc…).

Siamo in una fase di profonda prototipazione, tecnologica, sociale ed educativa. Rispetto ad essa intravedo i rischi che accompagnano ogni prototipo (inefficacia, fallimento, costi sociali) ma anche i benefici d’impresa (sostenibilità, innovazione, incremento di produttività, esternalità sociali positive).

Certamente il rapporto tra educatori ed educati sarà sempre più bidirezionale ed orizzontale, poiché l’alfabetizzazione e l’educazione saranno processi aperti e peer to peer. Non si tratta di un eccesso di ‘comunitarismo didattico’ ma di semplice valutazione del livello di complessità ‘ambientale’ a cui la nostra civiltà è arrivata. La comprensione (e la realizzazione) dei fenomeni potrà avvenire solo nel mutuo scambio di competenze tra docenti e discenti. I primi porteranno nel collettivo la propria capacità sistematizzante, i secondi lo alimenteranno con la propria innata curiosità e “ampiezza di banda” mentale. Occorrerà riconoscere ai discenti il proprio ruolo sociale all’interno del capitale umano, così come, simmetricamente, si dovrà concedere ai docenti la responsabilità di esplorare il possibile e di costruire nuove mappe dell’educazione, da tenere, oggi più che mai, costantemente aggiornate.


[1]L’espressione è di B. Latour, in Politiche della Natura.